Il vecchio obbedì, come un fedele scudiero doveva ubbidire. Fido servo del Nervia, nato sulle terre feudali vent'anni prima del suo padrone, il Seborga non se n'era staccato un solo giorno da quando lo conduceva a tuffarsi nel mare, e gli insegnava a cavalcare a dorso nudo. Non viveva che di lui e per lui, e ne conosceva i più reconditi pensieri, quelli anche, forse, che Almerico non confessava neppure a se stesso. Muto, impassibile, non apriva bocca e non diceva la propria opinione che in presenza del suo solo padrone, a tu per tu, senza ambagi e senza falsi rispetti. Almerico di Nervia conservava una superstiziosa fiducia nei giudizi sommarï del vecchio Seborga: anche in quella sera quando lo vide tornare precedendo gli ospiti, l'interrogò con lo sguardo fisso. Il vecchio crollò il capo, segno che qualche cosa non gli garbava. Ma non potè saperne il pensiero completo: dietro di lui, concitato apparve il Lascaris seguito da un gruppo di uomini ignoti al Nervia.
— Ebbene, Almerico?
— Nulla ancora, Luca: sii calmo, te ne prego.
Con un cenno interrogativo mostrò le persone sconosciute che seguivano l'ospite e che s'erano fermate a qualche passo di distanza. Il Lascaris si ricompose.
— Hai ragione, duca, hai ragione.
D'un gesto staccò una persona dal gruppo:
— Il conte Emanuele Embriaco.
Mentre alzava lo sguardo al sopraggiunto, Almerico di Nervia incontrò l'occhio assonnato per abitudine ed ora sfavillante del Seborga. Per il che osservò attentamente, quanto almeno la cortesia gli permetteva, il gentiluomo presentato e che si inchinava amabilmente.
— Benvenuto, signor conte, — disse poi. — Sapevo che da qualche giorno eravate ospite dei nostri in oggi poco ospitali paraggi. E ringrazio il conte Lascaris di avervi qui condotto....
Luca l'interruppe.