— Non senza il bicchier della staffa, eccellentissimi ospiti ed amici — propose il duca.

Il vino rosso di Dolceacqua fu mesciuto nelle ciotole di legno che il Nervia usava portar seco nella sua vita errabonda: tanto l'Embriaco che il Lascaris vi appressarono appena le labbra, e così pure il Ricciuto. Ma Bracciodiferro che fumava la pipa seduto sul tronco d'albero su cui ci è apparso il Nervia, non si fece pregare: ne bevve anzi più del necessario. Ora, il vino rosso di Dolceacqua è traditore, dà alle gambe: sicchè quando le due piccole truppe vollero incamminarsi, il vassallo del signor marchese di Spigno tentò inutilmente d'alzarsi.

— Per tutti i diavoli di Satanasso — masticò la lingua grossa e la bocca pastosa — per tutti i diavoli di Satanasso, giuro che non mi è mai capitata una cosa simile!

— Ciò significa, signor mio, che non avete mai trincato del vino di Dolceacqua, — gli osservò mellifluamente il Seborga.

— Vino di Dolceacqua? Che canchero mi va dicendo il vecchio Gelindo! Vino di Dolceacqua? Ma ho tracannato botticini di vini delle Langhe e del Monferrato, del Polcevera e delle Cinque Terre, senza che le gambe mi facessero mai un simile scherzo. Per tutti i diavoli di Satanasso e per le sue cinquecentomila spose! non avrei mai creduto che un bicchierotto di legno col fondo alto un dito mi conciasse in questo modo! Alle gambe il vino! Ho sempre creduto che salisse al cervello!

— Al cervello di chi ne possiede, balordo — gli rispose ben secco l'Embriaco, apparso per l'appunto sul passo della tenda — al cervello di chi lo ha! Per intanto eccomi qui ridotto senza scudiero!

— Non sia mai detto che la Eccellenza vostra non venga servita come merita! E che debba privarsi di chi le regga la staffa, — replicò il Seborga. — In mancanza di questo balordo, che davvero, m'accorgo, non può muoversi, ascriverò a somma ventura di offrire i miei umili e modesti ma zelanti servigi al signor conte!

Solo allora l'avventuriero comprese che il tiro non era accidentale, ma servito con tutte le regole, e che il Seborga nascondeva un pericoloso disegno a suo svantaggio. Già ne aveva avuto il primo sospetto nell'udirgli svelare il probabile arrivo della marchesa di Spigno, che il Lascaris gli aveva taciuto, morso da un po' di gelosia, di cui non sapeva padroneggiarsi dopo la famosa lettera. Ma quello che era stato quasi fanciullesco pudore e innata ritrosia qualificò per disegno a suo danno ed unì Luca e Seborga in una sola intesa.

— Attento Emanuele — mormorò internamente a se stesso — qui si congiura contro di te. Attento, mio caro!

Ma padrone de' propri nervi mostrò un viso ilare alla cattiva fortuna e cennò amicalmente al vecchio scudiero del duca di Nervia.