— Ci guadagno una guida senza pari, — dichiarò. — Per il che, tutto sommato, posso anche perdonarti l'infrazione alla disciplina, Bracciodiferro. Ma ne riparleremo al mio ritorno, se tutto sarà andato a dovere.

Bracciodiferro apparve così sbalordito che trangugiò senza far motto il balordo regalatogli prodigalmente dal Seborga, mentre in tempi normali avrebbe per lo meno denudato, senza pudore alcuno lo schidione che teneva fra le mani.

Il Lascaris già in sella, impaziente, frenetico quasi, troncò la possibile querimonia.

— Andiamo! Andiamo dunque!

— Sii prudente, Luca — ammonì il Nervia.

Per tutta risposta l'altro spronò il cavallo.

Il Seborga resse la staffa all'Embriaco, il quale salutò l'ospite con tutta cortesia. Poi lo seguì. Le due piccole truppe s'avviarono per qualche diecina di minuti entro lo stesso malagevole sentiero, poi, giunte ad un bivio, senza parola si separarono, dirigendosi l'una verso levante e l'altra, quella dell'avventuriero, verso il nord, fosco e chiuso.

XIV.

Per un po' di tempo cavaliere e scudiero — quest'ultimo a piedi presso la staffa a sinistra — tennero la testa del manipolo composto di sei valligiani. E stettero silenziosi.

La strada era d'altronde malagevole, un sentiero da capre, che soltanto il cavallo montato dall'Embriaco, un cavallino tozzo delle scuderie del Nervia, poteva arbitrarsi a tenere. S'inerpicava il sentiero nel buio fondo incassato entro una specie di depressione del terreno, spoglia d'alberi e d'erbe, e rocciosa a giudicarne dal battere isocrono della zampa equina, che tentava ogni volta, prima di posarsi.