[43]. Dissertatio de Electricitate etc. Genevae 1766.
[44]. Comecchè sia più che sufficiente la prova di calare profondamente nella cavità del pozzo elettrizzato un corpo qualunque perfettamente isolato (si adopera comunemente un cilindro di carta dorata appeso ad un fil di seta, e si chiama secchia) il quale tuttochè venga a toccare o il fondo o le pareti giù verso il fondo del pozzo, non ne tragge la più piccola scintilla, e non ne riporta punto di elettricità; a me piace più, ed è più palpabile quest'altra prova: accosto la secchia pendente dal filo ad un lato esteriore del pozzo, o all'orlo, e veggo che ne trae una scintilla, e capisco che l'elettricità si comparte dal pozzo alla secchia in ragione delle respettive capacità. Allora immergo la secchia così elettrizzata nella cavità del pozzo fin verso il fondo, e vedo che là torna a vomitare la scintilla restituendo al pozzo l'elettricità da esso poc'anzi ricevuta; infatti tratta fuori la secchia, trovo che ha smarrita ogni elettricità. Un sol grado non ne vuol dunque stare nell'interiore dei corpi; ma tutta quanta l'elettricità si porta, e si raccoglie sulla faccia esteriore.
[45]. Questo sperimento veramente originale è riportato, e spiegato nell'Opera profondissima di Epino (Tentamen theoriae electricitatis, et magnetismi) pubblicata già venti anni addietro, ma molto rara; che ho avuto occasione una volta sola di scorrere rapidissimamente; e che ardisco dire non sembra abbastanza conosciuta o intesa dalla più parte dei Fisici che hanno scritto in appresso sull'Elettricità.
[46]. Dopo scritta la prima parte di questa lettera, e terminata quasi la seconda, scorrendo la Storia dell'elettricità di Priestley, mi sono avvenuto in alcuni passi nei quali l'osservazione del vantaggio che ha un Conduttore, di cui la superficie è estesa molto in lungo, sopra un Conduttore che ne ha un'eguale ma meno in lungo esteso, e più in largo, è toccata più che leggermente. Il passo più formale è il seguente «Io devo quì osservare, che il Sig. Monnier, il giovine scoprì, che l'elettricità non si comunica ai corpi omogenei in proporzione della loro massa, o quantità di materia, ma bensì in proporzione della loro superficie, e che tutte le superficie eguali non ricevono un'eguale quantità d'elettricità; ma quelle ne ricevono di più che sono estese in lunghezza. Così, per esempio, un piede quadrato di stagno, riceveva molto minore quantità d'elettricità che un bastoncello dello stesso metallo, che avesse una superficie eguale a quella del piede quadrato». Phil. Trans. Abridg. V. X. pag. 309, Priestley hist. of. Electr. Part. I. Per. VIII. Sect. II. Se pertanto debbo riconoscere d'aver detto troppo poco coll'insinuare, che di tale scoperta qualche cenno solamente ne avea potuto dare taluno, credo d'altra parte aver detto giusto col soggiugnere che lungi è bene che la cosa sia stata posta nel lume che merita. Quando dunque mi si conceda d'averle io dato il suo giusto lume, o almeno un nuovo aspetto, avrò pur fatto qualche cosa: avrò schiarita, e promossa una scoperta che diviene, e per la teoria, e per la pratica interessante. Mi lusingo d'aver dimostrato che tal fenomeno dipende dall'azione delle atmosfere elettriche; alla teoria delle quali ho condotto omai i principali capi di tutta la teoria elettrica; come a suo tempo farò vedere. Certamente nè Watson, nè Monnier, nè altri che ha parlato comechessia del vantaggio di prolungare i Conduttori piuttosto che ingrossarli, hanno motivata la spiegazione ch'io dò dedotta dall'azione delle atmosfere elettriche. V'ha, se ben mi ricordo, chi si è argomentato di spiegare la forza maggiore cui giugne l'elettricità ne' Conduttori lunghi colla legge generale dei fluidi, che esercitano sopra una data base maggior pressione in ragion che cresce l'altezza della colonna. Ognun vede quanto una tale spiegazione idrostatica, ed altre consimili che si siano ideate puramente meccaniche, son lontane dalla mia. Finalmente dee pur convenirsi, che poco o niun caso si è fatto fin quì della scoperta di cui parliamo, quando si riflette come si sono attenuti generalmente i Fisici elettrizzanti ai grossi cilindri, e sfere per i loro gran Conduttori: al qual uso raccomando io in oggi i lunghissimi, e discretamente sottili, e mostrandone palpabilmente i tanto considerabili vantaggi per via di esatti confronti, e troppo decisi resultati, e coll'esempio del mio gran Conduttore formato d'una serie di bastoni inargentati di 96 piedi di lunghezza, potrò lusingarmi d'avere, dopo promossa la teoria intorno alla capacità de' Conduttori, giovato eziandio alla pratica.
[47]. Veggasi Giorn. di Rozier, Febbrajo 1777, secondo problema di Fisica sopra l'Elettricità.
[48]. Questa Memoria è stata estratta dal Tomo 72. P. 1. delle Transazioni filosofiche di Londra (1782).
[49]. Come ciò segua si spiegherà nella 2.ª parte di questa Memoria.
[50]. È stato creduto per molto tempo che il calore, e molto più la liquefazione del solfo, e delle resine, bastasse senz'altro ad eccitarvi l'elettricità. Ma tranne la tormalina, ed alcune altre pietre, che sì veramente concepiscono l'elettricità pel solo calore, le resine, e il solfo non è mai che lo facciano, se loro non sopravvenga qualche stropicciamento, o tocco almeno d'altro corpo. L'errore è nato come ha avvertito il P. Beccaria con altri, da che ogni legger tocco della mano, o di checchè altro può bastare in tali circostanze favorevoli. Senza questo la materia fusa abbandonata a se stessa nel rapprendersi e dopo, tanto è lungi che contragga alcuna elettricità, che anzi perde quella qualunque che per sorte aver potesse prima della fusione, come le nostre sperienze ci assicurano. Nè fia maraviglia; giacchè tutti i corpi coibenti per un forte grado di calore divengono conduttori; e i corpi resinosi in ispecie lo sono già, quando si trovan molto rammolliti, e molto più allorchè cominciano ad entrare in fusione.
[51]. A questo proposito non debbo omettere, che ne' pochi giorni in cui m'applicai a spiare l'elettricità atmosferica col soccorso del condensatore, non son rimasto senza buon frutto raccorne. Il Sig. Canton, ed altri assicuravano di aver ottenuto dall'apparato atmosferico de' segni elettrici più vivi dell'ordinario in tempo di qualche aurora boreale; ma molti de' fisici non sono persuasi ancora che l'elettricità influisca in queste meteore, e alcuni lo negano apertamente. Io stesso ne dubitai moltissimo: ora però parmi la cosa certa, e posso dire d'averla veduta, e toccata con mano. In quella bellissima aurora comparsa nella notte dei 28 ai 29 Luglio dell'anno 1780 quando salendo a poco a poco dall'orizzonte fu ascesa tra le 4, e le 5 ore Italiane allo zenit, spargendo tutt'all'intorno un vaghissimo lume rossigno, il cielo altronde essendo sereno, e ventoso, si ottennero coll'ajuto dell'apparecchio condensatore da un conduttore atmosferico ordinario (posto in casa di un mio amico, e dilettante di Fisica il Sig. Canonico Gattoni di Como) molte belle scintillette chiare, e crepitanti; quando in tutti gl'altri tempi sereni, e in ogni ora del giorno, e della notte dall'istesso conduttore, e coll'ajuto dell'istesso condensatore o non ottiensi scintilla o minutissima soltanto; e ciò perchè quel conduttore atmosferico non è alto molto; nè molto ben situato.
[52]. Veggasene la descrizione nel suo Trattato completo di Elettricità teorica, e pratica, con sperimenti originali, tradotto dall'Inglese. Firenze 1779 parte IV, pag. 431.