Ed entrò nel salotto ove tutte le sere si erigeva un letto per Edoardo; poichè quantunque in collegio, Edoardo ritornava la sera; sua madre non aveva mai voluto nella notte separarsi da lui. Con un colpo d’occhio abbracciò tutto il salotto: — Nessuno! diss’egli; ella è certamente nella stanza da dormire. — Si slanciò verso la porta. Vi era il catenaccio, si fermò fremendo. — Luigia! gridò egli.

Gli sembrò sentir smuovere un mobile. — Luigia! ripetè.

— Chi è là? domandò la voce di quella che veniva chiamata. — Gli sembrò che questa voce fosse più debole dell’ordinario. — Aprite, aprite, gridò Villefort, sono io!

Ma ad onta di quest’ordine, e del tuono angoscioso col quale era stato dato, la porta non si aprì. Villefort la sfondò con un calcio. All’entrata della camera che metteva nel suo gabinetto, la sig.ª de Villefort era in piedi, pallida, coi lineamenti contratti e con gli occhi che guardavano con una spaventosa immobilità. — Luigia, Luigia, diss’egli, che avete? parlate! — La giovane sposa stese verso di lui la mano intirizzita e livida. — Tutto è fatto, signore, diss’ella con un rantolo che sembrava squarciarle la gola, che volete dunque ancora di più? — E cadde sul tappeto.

Villefort corse a lei, le afferrò la mano. Questa mano stringeva convulsivamente una boccetta di cristallo col turacciolo d’oro... La signora de Villefort era morta.

Villefort, ebbro d’orrore, rinculò fin sul limitare della camera e guardò il cadavere: — Mio figlio! gridò egli d’un subito, dov’è mio figlio? Edoardo! Edoardo! — E si precipitò fuor dell’appartamento gridando: — Edoardo! Edoardo! — Questo nome era pronunciato con tale un accento d’angoscia che i domestici accorsero. — Mio figlio, dov’è mio figlio? domandò Villefort, che si allontani dalla casa... ch’egli non veda...

— Il sig. Edoardo non è a basso, signore, rispose il cameriere.

— Senza dubbio scherzerà in giardino; cercate! cercate!

— No signore; sua madre lo ha chiamato sarà circa mezz’ora, il sig. Edoardo è entrato nella stanza della signora, e non è più uscito. — Un sudore di ghiaccio inondò la fronte di Villefort, i piedi traballarono sul pavimento, le idee cominciarono a girargli nella testa, come il sistema di ruote disordinate d’un orologio che si rompe. — Presso la signora, — mormorò egli, e ritornò lentamente indietro, asciugandosi la fronte con una mano, appoggiandosi con l’altra alla parete del muro. Rientrando nella camera bisognava rivedere il corpo della disgraziata consorte. Per chiamare Edoardo, bisognava risvegliare l’eco in quell’appartamento cambiato in un feretro: il parlare era un risvegliare il silenzio della tomba. Villefort sentì la lingua paralizzarglisi in bocca.

— Edoardo! Edoardo! balbettò egli. — Il fanciullo non rispondeva. Il cadavere della sig.ª de Villefort era steso a traverso la porta del gabinetto nel quale si ritrovava necessariamente Edoardo, questo cadavere sembrava vegliare sulla soglia cogli occhi fissi ed aperti, con una spaventevole e misteriosa ironia sulle labbra. Dietro il cadavere, la portiera rialzata lasciava scorgere una parte del gabinetto, un piano-forte, e l’estremità di un divano di seta blu. Villefort fece tre o quattro passi in avanti, e sul divano vide suo figlio steso. Il fanciullo senza dubbio dormiva. Il disgraziato ebbe un lampo di gioia, un raggio di pura luce discese in quell’inferno nel quale si dibatteva: non si trattava dunque che di passare al di sopra del cadavere, entrar nel gabinetto, prendere il fanciullo fra le braccia, e fuggir con lui lontano. Villefort non era più quell’essere la cui squisita corruzione facevano il tipo dell’uomo invilito: era una tigre colpita a morte, che lascia i denti rotti nella sua ultima ferita: ei non aveva più paura dei pregiudizii, ma dei fantasmi. Fece uno slancio e saltò al disopra del cadavere, come se si trattasse di oltrepassare un braciere ardente; rialzò il fanciullo fra le braccia, lo scosse, il chiamò: ma il fanciullo non rispose; portò le sue avide labbra sulle guance di lui, ma esse eran livide, agghiacciate; ne palpò le membra, erano irrigidite, gli appoggiò la mano sul cuore... il cuore più non batteva, il fanciullo era morto.