— Amico caro, diss’egli a Massimiliano, non avete alcuna cosa da fare in questa città?
— Ho da piangere sulla tomba di mio padre.
— Sta bene, andate ed aspettatemi laggiù; vi raggiungerò, io pure ho una pietosa visita da fare.
Morrel lasciò cadere la sua mano in quella che gli tendeva il conte, indi, con un movimento di testa, di cui sarebbe impossibile esprimere la malinconia, lasciò il conte e si diresse verso l’est della città. Monte-Cristo, allontanatosi Massimiliano, restò nello stesso luogo fin che fu passato, indi s’incamminò verso i viali di Meillan, affine di ritrovare quella piccola casa, che il principio di questa nostra istoria avrà reso famigliare ai nostri lettori. Ella si eleva ancora all’ombra dei tigli che servono di passeggiata agli oziosi Marsigliesi, tappezzata di vasti festoni di vite che s’incrociano sulla pietra ingiallita dall’ardente sole del mezzogiorno in braccia annerite e disseccate per l’età. Due scalini di pietra consunti dallo stropicciamento dei piedi conducevano alla porta d’entrata, porta fatta di tre assi che ad onta delle riparazioni annuali non avevano conosciuto il mastice e la pittura, aspettando pazientemente che ritornasse l’umidità per riavvivarle. Questa casa tutta graziosa, ad onta della sua antichità, tutta allegra, ad onta della sua apparente miseria, era pur quella che abitava altra volta il padre di Dantès. Soltanto il vecchio abitava il soffitto, ed il conte aveva messa la casa tutta intera a disposizione di Mercedès. Là entrò la donna del lungo velo che Monte-Cristo aveva veduta allontanarsi dal naviglio in partenza; ella ne chiudeva la porta al momento stesso in cui egli compariva all’angolo della strada, di modo che egli la vide sparire quasi subito dopo che la rinvenne. Per lui gli scalini usati erano antiche conoscenze, sapeva meglio di alcun altro aprire quella vecchia porta, in cui un chiodo a larga testa serviva per sollevare il nottolino. Così egli senza bussare, senza prevenire, come un amico, come un ospite, entrò. In capo ad un corridore lastricato di selci, apriva, ricco di calore di sole e di luce, un piccolo giardino, quel medesimo in cui, al posto indicato, Mercedès aveva ritrovata la somma di cui la delicatezza del conte aveva fatto risalire il deposito a ventiquattro anni; dalla soglia della porta di strada si scoprivano i primi alberi di questo giardino. Giunto sulla soglia, Monte-Cristo intese un sospiro che rassomigliava ad un singulto: questo sospiro guidò il suo sguardo, e sotto un pergolato di gelsomini della Virginia, dalle foglie fitte e dai lunghi fiori color di porpora, scoperse Mercedès assisa, inchinata e piangente. Ella aveva rialzato il velo, e sola in faccia al cielo, col viso nascosto nelle mani, dava libero sfogo ai sospiri e ai singulti, così lungamente contenuti per la presenza di suo figlio.
Monte-Cristo fece qualche passo in avanti; la sabbia strideva sotto i suoi piedi. Mercedès rialzò la testa e mandò un grido di spavento vedendo un uomo davanti a lei.
— Signora, disse il conte, non è più in mio potere di apportarvi la felicità, ma vi offro la consolazione: degnatevi di accettarla come proveniente da un amico.
— Sono infatto molto disgraziata, son sola al mondo...! non aveva che mio figlio, ed egli mi ha lasciata.
— Ed ha fatto bene, signora, replicò il conte, e ciò è prova di un cuor nobile: egli ha capito che ogni uomo deve un tributo alla sua patria, gli uni col loro ingegno, gli altri colla loro industria; questi colle loro veglie, quelli col loro sangue. Restando con voi avrebbe consumata vicino a voi la sua vita divenuta inutile; non avrebbe potuto accostumarsi ai vostri dolori: sarebbe divenuto odioso a sè stesso per impotenza; diventerà grande e forte lottando contro la sua avversità ch’egli cangerà in fortuna. Lasciatelo ricostruire il vostro e l’avvenire d’entrambi, signora; io oso promettervi ch’egli si ritrova fra mani sicure.
— Oh! disse la povera donna scuotendo tristamente la testa, questa fortuna di cui parlate, e che dal fondo del mio cuore prego Dio che gli venga concessa, io non la godrò. Tante cose si sono infrante contro di me, ed intorno a me che mi sento vicina alla tomba. Voi avete fatto bene, sig. conte, di avvicinarmi al luogo ove sono stata felice. Nel luogo ove si è stati felici là si deve morire.
— Ahimè! disse Monte-Cristo, tutte le vostre parole, signora, cadono amare e brucianti sul mio cuore; tanto più amare e più brucianti che voi avete ragione di odiarmi; sono stato io la causa di tutti i vostri mali; perchè non mi compiangete voi invece di accusarmi! voi così mi renderete molto più disgraziato ancora.