Ma Mercedès non lo vide allontanarsi quantunque ella fosse alla finestra della piccola camera del padre di Dantès. I suoi occhi cercavano di lontano il bastimento che trasportava suo figlio verso il vasto mare. È però vero che la sua voce, come suo malgrado, mormorava sommessamente:

— Edmondo! Edmondo! Edmondo!

CXIII. — IL PASSATO.

Il conte uscì coll’anima oppressa da questa casa ove lasciava Mercedès per non rivederla mai più, secondo tutte le probabilità. Dopo la morte del piccolo Edoardo, si era operato un gran cangiamento in Monte-Cristo. Giunto al sommo della sua vendetta pel declive lento e tortuoso che aveva seguito, vide dall’altra parte della montagna l’abisso del dubbio. Vi era di più: la conversazione che aveva avuto con Mercedès aveva risvegliato tante rimembranze nel suo cuore, che queste stesse rimembranze avevano bisogno di essere combattute. Un uomo della tempra del conte non poteva fluttuare lungamente in questa malinconia, che può far vivere gli spiriti volgari dando loro una apparente originalità, ma che uccide le anime elevate. Il conte diceva a sè stesso che per essere giunto quasi a biasimarsi, bisognava che si fosse introdotto un qualche sbaglio nei suoi calcoli.

— Io guardo male il passato, diss’egli, e non posso essermi in tal modo sbagliato. Che! continuava, lo scopo che mi era proposto sarebbe forse insensato? che! avrei percorsa una falsa strada per dieci anni? che! un’ora sarebbe bastata per provare all’architetto che l’opera di tutte le sue speranze era un’opera se non impossibile almeno perversa. Io non voglio abituarmi a questa idea, mi renderebbe pazzo. Ciò che manca ai miei ragionamenti d’oggi, è l’apprezzamento esatto del passato dall’altra estremità dell’orizzonte. Infatto a seconda che s’avanza, il passato, simile al paesaggio a traverso il quale si passa, si cancella dalla memoria a seconda che si allontana. Mi accade ciò che accade a coloro che si sono feriti in sogno, essi guardano e sentono la loro ferita e non si ricordano di averla ricevuta. Andiamo dunque, uomo rigenerato; andiamo, ricco stravagante, andiamo, dormente risvegliato; andiamo, visionario possente; andiamo, milionario invincibile, riprendi per un momento questa funesta prospettiva della tua vita miserabile ed affamata, ripassa pel sentiero in cui ti ha spinto la tua stella, in cui ti ha condotto l’infortunio, in cui ti ha ricevuto la disperazione; troppi diamanti, troppo oro, troppa felicità, irradiano oggi sul cristallo di questo specchio ove Monte-Cristo guarda Dantès; nascondi questi diamanti, imbratta quest’oro, cancella questi raggi; ricco, ritorna povero; libero, ritorna prigioniero; risuscitato, ritorna cadavere. — Tali cose dicendo a sè stesso Monte-Cristo percorreva la strada della Caisserie, era la stessa per la quale, vent’anni prima, era stato condotto da una guardia silenziosa e notturna; queste case coll’aspetto ridente e animato erano in quella notte tetre, mute e chiuse.

— Eppure sono le stesse, mormorò Monte-Cristo. Soltanto allora faceva notte, e oggi è giorno chiaro, è il sole che rischiara tutto ciò e che rende tutto gaio.

Egli discese allo scalo San Lorenzo e si avanzò verso la Consigne, era il punto ove fu imbarcato. Un battello da passeggiata ivi era a poca distanza; Monte-Cristo chiamò il barcaruolo, che tosto remò alla sua volta, colla fretta che mettono in questo esercizio i battellieri che sfiorano l’onda con una buona barca. Il tempo era magnifico, il viaggio fu una festa. Il sole discendeva all’orizzonte, rosso e fiammeggiante, nei flutti che si arrossavano al suo avvicinarsi; il mare, liscio come uno specchio, s’increspava qualche volta sotto il guizzo dei pesci che, perseguitati da qualche nascosto nemico, si slanciavano fuori dell’acqua per chiedere la loro salvezza ad un altro elemento; finalmente sull’orizzonte si vedevano passare bianche e graziose come gabbiani viaggiatori, le barche dei pescatori che ritornavano alle Martigues, o i bastimenti mercantili carichi per la Corsica o per la Spagna. Ad onta di queste barche coi graziosi contorni, ad onta di questa luce dorata che inondava il paesaggio, il conte, avvolto nel suo mantello, si ricordava a uno a uno di tutti i particolari del terribile viaggio: quel lume unico ed isolato che ardeva ai Catalani, quella vista del castello d’If che gli fece comprendere il luogo ove lo conducevano, quella lotta coi gendarmi allora quando volle precipitarsi in mare, la sua disperazione quando si sentì vinto, e quella sensazione di freddo al contatto della estremità della canna di carabina applicata sulle tempia come un anello di ghiaccio. A poco a poco come quelle sorgenti disseccate dalla state che, allora quando si ammassano le nubi d’autunno, s’inumidiscono a poco a poco e cominciano a trasudare goccia a goccia, il conte di Monte-Cristo sentì trapelare nel suo petto goccia a goccia quel vecchio fiele stravasato, che aveva altra volta inondato il cuore d’Edmondo Dantès. Per lui non vi fu più bel cielo, più barche graziose, più luce ardente; il cielo si velò di nubi, l’apparizione del tetro gigante che si chiama il castello d’If lo fece rabbrividire, come se gli fosse comparso di repente il fantasma d’un nemico mortale. Istintivamente il conte addietrò fino all’estremità della barca. Il barcaiuolo aveva un bel che dire colla sua voce più accarezzante:

— Noi siamo a terra, signore. — Monte-Cristo si ricordò che in questo medesimo luogo, su questo medesimo scoglio, era stato trascinato violentemente dalle sue guardie, che lo avevano sforzato a salire questa cordonata pungendogli i reni colla punta di una baionetta. La strada era sembrata molto lunga in altro tempo a Dantès; Monte-Cristo l’aveva ritrovata cortissima; ciascun colpo di remo, coll’acqua che avea fatta spruzzare, aveva ridestato in lui un milione di pensieri e di ricordi. Dopo la rivoluzione di luglio non vi erano più prigionieri al castello d’If, un picchetto destinato ad impedire il contrabbando abitava solo i corpi di guardia; un portinaro aspettava i curiosi alla porta per mostrar loro questo monumento di terrore, divenuto un monumento di curiosità. Eppure, quantunque fosse istruito di tutto ciò, quando entrò sotto la volta, quando discese la nera scala, quando fu condotto al carcere che aveva chiesto di vedere, un gelido pallore investì la sua fronte, il cui freddo sudore fu respinto fino al cuore. Il portinaro che lo conduceva era là soltanto dal 1830. Fu condotto nel suo proprio carcere. Rivide la pallida luce che filtrava dallo stretto spiraglio, rivide il posto ove era il letto, tolto di poi, e dietro a questo letto, quantunque ammurata, ma visibile ancora per le sue pietre più nuove, rivide l’apertura scavata dall’amico Faria. Monte-Cristo sentì le gambe indebolirsi, prese uno sgabello di legno e vi si assise sopra.

— Si racconta qualche storia su questo castello oltre quella dell’imprigionamento di Mirabeau? domandò il conte; vi è qualche tradizione su queste lugubri dimore, ove si esita a credere che uomini vivi possano giammai esser stati racchiusi?

— Sì, signore, disse il portinaro, e su questa stessa prigione il carceriere Antonio me ne ha raccontata una.