Monte-Cristo fremette. Antonio era stato il suo carceriere, egli ne aveva quasi dimenticato il nome ed il viso; ma al sentire pronunziare il suo nome, lo rivide tal qual era, colla figura circondata da barba, la veste bruna, ed il mazzo di chiavi di cui gli sembrava ancora risentire il tintinnio. Il conte si rivolse, e credè vederlo nell’ombra del corridore, resa più oscura dalla luce della torcia che ardeva nelle mani del portinaro. — Signore, vuole ella ch’io la racconti? domandò il portinaro.
— Sì, fece il conte di Monte-Cristo, dite.
E si mise la mano sul petto per comprimere i frequenti battiti del cuore spaventato dal sentirsi raccontare la sua propria istoria. — Dite, ripetè egli.
— Questo carcere, riprese il portinaro, era abitato da un prigioniero, è molto tempo, un uomo pericoloso, a quanto sembrava, e tanto più pericoloso, in quanto che era pieno d’industria. Un altro uomo abitava questo stesso castello nello stesso tempo di lui; questi però non era cattivo, era un povero uomo scienziato divenuto pazzo.
— Ah! sì, pazzo! ripetè Monte-Cristo, qual era la sua pazzia?
— Egli offriva dei milioni se gli si fosse voluta rendere la libertà. — Monte-Cristo alzò gli occhi al cielo, ma egli non vide il cielo; vi era una separazione di pietra fra lui e il firmamento. Pensò allora che v’era stata una separazione non meno compatta fra Faria che offriva dei tesori, e gli occhi di coloro ai quali venivano offerti quei tesori.
— I prigionieri potean vedersi? domandò Monte-Cristo.
— Oh! no, signore, era espressamente proibito: ma essi delusero la proibizione scavando un passaggio che andava da una prigione all’altra.
— Chi fu dei due quello che scavò il passaggio?
— Oh! fu certamente il giovine, disse il portinaro; il giovine era industrioso e forte, mentre che il povero scienziato era vecchio e debole; d’altra parte, egli aveva lo spirito troppo vacillante per tener fissa un’idea.