— Sopra una ricevuta di S. E. il conte di Monte-Cristo e della quale è stato accreditato sopra Roma, Venezia e Vienna.
— È così, in che modo sei tu tanto bene informato?
— Te l’ho detto, siamo stati prevenuti, riprese Peppino.
— Allora, perchè ti sei indirizzato a me?
— Per essere ben sicuro che questo era l’uomo col quale avevam che fare. — È veramente lui... cinque milioni. Una bella somma eh! Peppino? — Sì. — Ma non ne avremo mai altrettanti. — Almeno, rispose filosoficamente Peppino, avremo gli avanzi.
— Zitto! ecco il nostro uomo. — Il commesso riprese la sua penna, e Peppino ritornò di nuovo ad osservare i rami.
Danglars comparve irradiato, accompagnato da un banchiere che lo ricondusse fino alla porta. A seconda delle convenzioni, la carrozza che doveva ricondurre Danglars, aspettava davanti alla porta di Thomson e French. Il cicerone ne teneva lo sportello aperto; il cicerone è un essere molto complimentoso e compiacente, che si può impiegare in ogni cosa. Danglars saltò nella carrozza, leggero come un giovine di vent’anni. Il cicerone chiuse lo sportello, e salì vicino al cocchiere. Peppino montò nel posto di dietro.
— S. E. vuol ella andare a vedere San Pietro? domandò il cicerone.
— Per farne che? rispose il barone. — Diamine! per vedere!
— Non sono venuto a Roma per vedere, disse ad alta voce Danglars; indi aggiunse sommessamente con un rapido sorriso: sono venuto per toccare. — Ed in fatto toccò il portafoglio, nel quale aveva chiusa una lettera.