— Questa è una cosa diversa.

— Ebbene! miserabili, gridò Danglars, io scomporrò i vostri infami calcoli; morire per morire, tanto fa finirla subito; fatemi soffrire, torturatemi, uccidetemi, ma non avrete più la mia firma.

— Come piacerà a V. E., disse Vampa; — ed uscì dalla cellula. Danglars si gettò ruggendo sul suo letto di pelli.

Chi erano questi uomini? chi era questo capo visibile? chi era l’altro capo invisibile? quale idea avevan su di lui? quando tutti potevano riscattarsi, perchè egli solo non lo poteva? Oh! certamente la morte, una morte pronta e violenta era un buon mezzo di deludere questi nemici accaniti, che sembravano continuare su di lui una incomprensibile vendetta. Sì, ma morire! Forse per la prima volta nella sua lunga carriera, Danglars pensava alla morte col desiderio ed il timore di morire; ma era giunto il momento per lui di fissare la sua vista sullo spettro implacabile che si erge davanti ad ogni creatura, e che, ad ogni pulsazione del cuore, dice a lui stesso: — tu morrai! — Danglars rassomigliava a quelle bestie feroci che la caccia anima, poichè le dispera, e che a forza di disperazione riescono qualche volta a salvarsi. Ei pensò ad una evasione. Ma le mura erano la roccia stessa, ed alla sola uscita che conduceva fuor della cella vi era un uomo che leggeva; dietro a questo uomo si vedevano passare e ripassare delle ombre armate di fucili. La sua risoluzione di non firmare durò due giorni, dopo di che domandò gli alimenti ed offrì un milione.

Gli fu servita una magnifica colazione, e fu preso il milione. Da quel momento la vita del disgraziato prigioniere fu una distrazione continua. Egli aveva tanto sofferto che non voleva più esporsi a soffrire, e soffriva tutte le esigenze; in capo a dodici giorni, il dopo pranzo in cui aveva desinato come nei suoi più bei giorni della sua fortuna, fece i suoi conti e si accorse che aveva dato tante tratte pagabili al latore che non gli rimanevano più che cinquantamila franchi. Allora nacque in lui una strana reazione; egli che aveva abbandonati cinque milioni, tentò di salvare i 50 mila fr. che gli restavano; piuttosto che cederli risolvè di riprendere una vita di privazioni, ebbe dei lampi di speranza che si accostavano alla follia; egli che da sì gran tempo aveva dimenticato Dio, vi pensò per dire a sè stesso, che Dio qualche volta fa dei miracoli; che la caverna poteva inabissarsi; che i carabinieri pontificii potevano scoprire questo maledetto ritiro, e venire in suo soccorso; che allora gli resterebbero questi 50 mila fr.; che quest’era una somma sufficiente per impedire ad un uomo di morire di fame; egli pregò Dio di conservargli questi cinquantamila fr. e pregando pianse. Tre giorni passarono così durante i quali il nome di Dio fu costantemente, se non nel suo cuore almeno sulle sue labbra; ad intervalli aveva dei momenti di delirio, durante i quali credeva di vedere, a traverso una finestra, una povera camera ed un vecchio agonizzante sopra un lettuccio. Questo vecchio, pure, moriva di fame.

Il quarto giorno, non era più un uomo, era un cadavere vivente, egli aveva raccolto per terra perfino le ultime molliche dei suoi antichi pasti, e cominciò a divorare la stuoia di cui era coperto il suolo. Allora supplicò Peppino, come si supplica l’Angelo custode, a dargli qualche nutrimento; e gli offrì mille fr. per una boccata di pane. Peppino non rispose. Nel quinto giorno si strascinò all’entrata della cella. — Ma voi dunque non siete un cristiano, diss’egli ergendosi sui ginocchi; voi volete assassinare un uomo che è vostro fratello in Dio? Amici miei di altri tempi, amici miei di altri tempi! — mormorò egli: e cadde colla faccia contro terra. Indi alzandosi con una specie di disperazione: — Il capo! gridò egli, il capo! — Eccomi! disse Vampa comparendo subito; che desiderate ancora?

— Prendete il mio ultimo oro, balbettò Danglars stendendo il portafogli, e lasciatemi vivere qui, in questa caverna; non domando più la libertà, non domando che di vivere.

— Voi dunque soffrite molto? domandò Vampa.

— Oh! sì, io soffro, e crudelmente!

— Eppure vi sono stati degli uomini che hanno sofferto anche più di voi. — Io non lo credo.