— È un fatto! quelli che sono morti di fame.

Danglars pensò a quel vecchio che durante le sue allucinazioni, egli vedeva a traverso la finestra della sua povera camera, gemere sul suo letto. Battè la fronte per terra mandando un forte gemito: — Sì, diss’egli, è vero; ve ne sono che hanno sofferto anche più di me, ma almeno quelli erano martiri.

— Vi pentite voi alfine? disse una voce cupa e solenne, che fece drizzare i capelli sulla testa di Danglars.

Il suo sguardo indebolito cercò di distinguere gli oggetti, e vide dietro al bandito un uomo avvolto nel suo mantello, e perduto nell’ombra di un pilastro di pietra.

— E di che debbo pentirmi? balbettò Danglars.

— Di tutto il male che avete fatto, disse la stessa voce.

— Oh! sì, io mi pento! — gridò Danglars, percuotendosi il petto col suo scarno pugno.

— Allora io vi perdono, — disse l’uomo gettando il mantello, e facendo un passo avanti per esporsi meglio alla luce.

— Il conte di Monte-Cristo! — disse Danglars più pallido pel terrore, che non lo era un momento prima per la fame e la miseria.

— Voi vi sbagliate; non sono il conte di Monte-Cristo.