— E chi siete voi dunque?

— Io sono colui che voi avete venduto, denunziato, disonorato; son colui di cui avete prostituita la fidanzata; son colui sul quale avete camminato per innalzare le vostre ricchezze; son colui al quale avete fatto morire il padre di fame; son colui che vi aveva condannato a morire di fame, e che ciò non ostante vi perdona, perchè egli pure ha bisogno di perdono; io sono Edmondo Dantès! — Danglars non mandò che un grido, e cadde prosternato. — Rialzatevi, disse il conte, voi avete salva la vita. Un’egual fortuna non è avvenuta ai vostri due altri complici: l’uno è pazzo, l’altro è morto! conservate i 50 mila fr. che vi restano, ve ne faccio un regalo; in quanto ai vostri cinque milioni rubati agli ospizii, essi sono di già stati restituiti loro da una mano sconosciuta. Ora mangiate e bevete; questa sera io vi faccio mio ospite. Vampa, quando quest’uomo si sarà rimesso, sia posto in libertà. — Danglars rimase ancora prosternato, mentre che il conte si allontanava; quando egli rialzò la testa, non vide più che una specie di ombra che spariva nel corridore, e davanti alla quale s’inchinavano i banditi.

Come il conte aveva ordinato, Danglars fu servito da Vampa, che gli fece portare il miglior vino e i più bei frutti d’Italia, e che, avendolo indi fatto montare nella sua carrozza da posta, lo lasciò sulla strada appoggiato ad un albero. Egli vi restò fino a giorno, ignorando ove era.

A giorno s’accorse che era vicino ad un ruscello! egli aveva sete, e si trascinò fino ad esso. Nell’abbassarsi per bevervi, s’accorse che i suoi capelli erano divenuti bianchi.

CXVII. — IL CINQUE OTTOBRE.

Erano circa le sei di sera; un giorno di color opale, nel quale un bel sole di autunno infiltrava i suoi raggi d’oro, cadendo dal cielo sul mare azzurrognolo. Il calore del giorno si era estinto gradatamente, e cominciava a farsi sentire quella brezza leggiera, che sembra la respirazione della natura, nel risvegliarsi dopo l’ardente sesta del mezzogiorno, e che porta di riva in riva il profumo degli alberi misto all’acre sentore del mare. Sovra questo immenso lago che si estende da Gibilterra ai Dardanelli, e da Venezia a Tunisi, un leggiero yacht, di forma pura ed elegante strisciava nei primi vapori della sera. Il suo movimento era quello di un cigno che apre le sue ali al vento e che sembra lambire l’acqua. Esso si avanzava, rapido ad un tempo e grazioso, e lasciando dietro a sè un solco fosforescente. Poco a poco il sole, di cui abbiam salutato gli ultimi raggi, era scomparso dall’orizzonte occidentale, ma, come per dar ragione ai brillanti sogni della mitologia, i suoi fuochi indiscreti, ricomparendo alla sommità di ciascun flutto, sembravano rivelare che il Dio della fiamma era andato a nascondersi nel seno di Anfitrite, la quale tentava invano di celare il suo amante fra le pieghe del suo manto azzurro. Il yacht avanzava rapidamente quantunque in apparenza vi fosse solo abbastanza vento per agitare la capigliatura a boccoli di una giovanetta. In piedi sulla prua, un uomo d’alta persona, di carnagione bronzina, coll’occhio dilatato vedeva venire innanzi a sè la terra sotto la forma di una tetra massa disposta a cono, e che usciva dal mezzo dei flutti come un immenso cappello alla catalana. — È quella l’isola di Monte-Cristo? — domandò con voce grave e marcata da profonda tristezza il viaggiatore, agli ordini del quale sembrava che momentaneamente fosse sottoposto il piccolo yacht.

— Sì, eccellenza, rispose il padrone, noi arriviamo.

— Noi arriviamo! mormorò il viaggiatore con un indefinibile accento di melanconia: indi soggiunse a bassa voce:

— Sì, quello sarà il porto. — E ritornò ad immergersi nel suo pensiero che traspirava da un sorriso più tristo che non sarebbero state le lagrime. Alcuni minuti dopo si scoperse a terra una fiamma che tosto si spense, e il rumore di un arme da fuoco giunse fino al yacht. — Eccellenza, disse il padrone, ecco il segnale di terra, volete rispondervi voi stesso? — Che segnale? domandò quegli. — Il padrone stese la mano verso l’isola ai fianchi della quale s’avvicinavano, isolata e biancastra, additando un largo pennacchio di fumo che si squarciava allargandosi. — Ah! sì, diss’egli come se uscisse da un sogno; date. — Il padrone gli stese una carabina già carica; il viaggiatore la prese, l’alzò lentamente e fece fuoco in aria. Dieci minuti dopo si ammainavano le vele, e si gettava l’ancora a 500 passi dal porto. La lancia era già in mare con quattro rematori e il pilota; il viaggiatore discese, e invece di sedere a poppa, per lui coperta da un tappeto, rimase in piedi a prua colle braccia incrociate. I rematori aspettavano coi remi alzati, come gli uccelli che si asciugano le ali. — Andate! disse il viaggiatore. — Gli otto remi caddero in mare di un sol colpo senza far spruzzare una sola goccia di acqua; indi la barca, cedendo all’impulsione, strisciò rapidamente. In quel punto giunsero ad un piccolo seno formato da scavi naturali; la barca toccò fondo sulla fina sabbia. — Eccellenza, disse il pilota, montate sulle spalle di due dei nostri uomini, essi vi porteranno a terra.

Il giovine rispose a questo invito con un gesto di completa indifferenza, si liberò le gambe dalla barca, e si lasciò calare nell’acqua che gli giunse fino alla cintola. — Ah! eccellenza, mormorò il pilota, avete fatto male a far così, ci farete sgridare dal nostro padrone.