Ma la spedizione non era finita: si volse la prua verso la Sardegna; si trattava di ritornare a caricare il bastimento che era stato scaricato. La seconda operazione si fece tanto felicemente quanto la prima; la Giovane Amelia era secondata dalla fortuna. Il nuovo carico fu pel ducato di Lucca.
Questo si componeva quasi esclusivamente di sigari dell’Avana e di vino di Xeres e di Malaga. Là però ebbero a battersi colla dogana, l’eterna nemica del padrone della Giovane Amelia. Un doganiere rimase sul terreno, e due marinari furono feriti, Dantès era uno dei due: una palla gli aveva trapassata la spalla sinistra.
Dantès era felice per questa scaramuccia, e quasi contento della sua ferita: questa esperienza gli aveva con fermezza fatto conoscere di qual occhio sapesse guardare il pericolo, e con qual cuore tollerarne i patimenti. Aveva guardato il pericolo ridendo, e ricevendo il colpo aveva detto come il greco filosofo. «Dolore, tu non sei un male.» Inoltre, guardando il doganiere ferito e morto, fosse calore del sangue nell’azione, o freddezza di umani sentimenti, non aveva provato che una leggerissima impressione. Dantès era sulla strada che voleva percorrere, e che tendeva alla meta cui voleva giungere: cioè sulla via di petrificarsi il cuore in petto. Del resto, Jacopo che vedendolo cadere lo aveva creduto morto, si era precipitato su di lui, e gli aveva prodigato tutte quelle cure proprie di un buon camerata.
Questa gente non era adunque così buona come avrebbe voluto il dottore Pangloss; ma non era così cattiva come avrebbe creduto Dantès: poichè quest’uomo, che null’altro poteva aspettarsi dal suo compagno che di ereditare la sua parte di guadagno, provava una viva afflizione di vederlo ucciso, fortunatamente però, come si disse, Dantès non era che ferito. Mercè alcune erbe, raccolte in certe congiunture, e vendute ai contrabbandieri da certe vecchie Sarde, la ferita si cicatrizzò ben presto; Edmondo allora volle tentare Jacopo, offrendogli in compenso delle sue cure, una porzione della sua presa; ma Jacopo la ricusò con indignazione. Questo era il risultato di una specie di devozione, che Jacopo aveva consacrata ad Edmondo fin dal primo momento che lo aveva veduto, e di una certa affezione che Edmondo portava a Jacopo. Ma quest’ultimo non voleva di più, egli aveva indovinato istintivamente in Edmondo quella superiorità alla sua posizione, che Dantès era giunto a nascondere agli altri: ed il bravo marinaro era contento di quel poco di affezione che gli veniva concessa.
Così nelle lunghe giornate che passavano a bordo, quando il naviglio scorreva con sicurezza su l’azzurro mare, e che non aveva bisogno, pel vento che spirava, che del solo timoniere per dirigerlo, Edmondo si faceva istruttore di Jacopo con una carta alla mano, come Faria aveva fatto con lui. Gli mostrava la sporgenza delle coste, le variazioni della bussola, gl’insegnava a leggere in quel gran libro aperto al di sopra delle nostre teste, che si chiama cielo, e dove Dio ha scritta la sua onnipotenza sull’azzurra volta con lettere di brillanti.
E quando Jacopo gli domandava. «A che serve imparare tutte queste cose ad un povero marinaro come sono io?» Edmondo rispondeva «chi lo sa? forse un giorno potresti essere capitano di bastimento; il tuo compatriotta Bonaparte non divenne imperatore?»
Dimenticammo di dire che Jacopo era Corso.
Due mesi e mezzo erano già passati in queste gite successive. Edmondo era divenuto così bravo contrabbandiere, come altra volta era stato ardito marinaro: aveva fatto conoscenza con tutti i contrabbandieri della costa: aveva imparati quei segni massonici, per mezzo dei quali questi semi-pirati si riconoscono fra di loro. Era passato e ripassato venti volte innanzi l’isola di Monte-Cristo, ma non aveva mai trovato l’occasione di potervi sbarcare: aveva per ciò presa una risoluzione, ed era, (terminato il suo impegno col padrone della Giovane Amelia) noleggiare una piccola barca per proprio conto, avendo già economizzato un centinaio di piastre nelle sue corse, e con un pretesto qualunque recarsi all’isola di Monte-Cristo. Là farebbe le sue ricerche in tutta libertà... ma non interamente, che le sue azioni sarebbero state spiate da chi conduceva seco... in questo mondo qualche cosa bisogna pure arrischiare.
La prigione aveva reso Edmondo prudente, ed avrebbe voluto non essere obbligato ad arrischiar nulla: aveva un bel cercare; nella sua immaginazione, per quanto fervida, non poteva ritrovare altro mezzo di giungere all’isola di Monte-Cristo, che facendovisi trasportare. Dantès ondeggiava in questa esitazione, allorchè il padrone che aveva in lui posta molta confidenza, e che aveva gran volontà di conservarselo da presso, lo prese una sera pel braccio, e lo condusse in una osteria in via dell’Olio, nella quale erano abituati di radunarsi quanto vi ha di meglio in contrabbandieri a Livorno. Là d’ordinario si trattavano gli affari della costa. Dantès era già entrato altre due o tre volte in questa borsa marittima, e vedendo questi arditi corsari forniti da tutto un littorale due mila leghe circa di circonferenza, domandava a sè stesso di qual forza potrebbe disporre quell’uomo, che giungesse a dare l’impulso della sua volontà a tutte quelle fila riunite o divergenti. Questa volta trattavasi di un affare di grande importanza; di un bastimento carico di drappi turchi, stoffe di levante, e di casimiro; bisognava ritrovare un terreno neutro ove operare il cambio, poi tentare di gettare questi oggetti sulle coste di Francia. Il premio era enorme se vi fossero riusciti, circa 50, o 60 piastre per ciascuno.
Il padrone della Giovane Amelia propose l’isola di Monte-Cristo per luogo di sbarco, perchè essendo completamente deserta, e non avendo nè soldati, nè doganieri, sembra posta in mezzo al mare, fino dai tempi dell’Olimpo dei pagani, da Mercurio, questo dio dei commercianti e dei ladri, classi da noi separate, se non distinte, ma che l’antichità, a ciò che sembra, metteva nella stessa categoria.