Bisogna però dirlo, ciò lo avrebbe inquietato meno, di quel che se il sopraggiunto fosse appartenuto alla dogana; ma anche questa seconda supposizione era tosto svanita, come la prima, alla vista della perfetta tranquillità della sua recluta.
Edmondo aveva dunque il vantaggio di conoscere ciò che era il suo padrone, mentre questi non sapeva chi egli fosse.
Da qualunque lato veniva preso dal padrone, o dai camerati, egli tenne fermo, e non fece alcuna confessione dando moltissimi particolari su Napoli e su Malta, che conosceva al pari di Marsiglia, e sostenendo sempre con precisione la narrazione in modo da fare onore alla memoria. I Genovesi adunque per quanto siano accorti, si lasciarono gabbare da Edmondo, in favor del quale parlavano la sua affabilità, la sua esperienza nautica, e soprattutto la saggia sua simulazione. Forse ancora quei Genovesi eran come quelle persone di mondo che non sanno se non quel che devono sapere, e non credono mai che quello che loro importa di credere.
In questa reciproca situazione giunsero a Livorno. Edmondo doveva tentare ivi una prima prova, ed era di sapere s’egli riconoscerebbe sè stesso dopo 14 anni che non si era veduto: aveva conservata un’idea abbastanza precisa di ciò che era da giovinotto, voleva vedere ciò che era divenuto da uomo. Agli occhi dei suoi camerati, il suo voto era terminato; aveva già preso terra più di venti volte a Livorno. Conosceva un barbiere nella via Ferdinanda, entrò da quello per farsi tagliare la barba ed i capelli. Il barbiere guardò con meraviglia quest’uomo dalla barba folta e nera e dai lunghi capelli, che rassomigliava ad una delle belle teste del Tiziano. A quest’epoca non era ancora venuta la moda della barba e dei capelli così lunghi, oggi un barbiere si maraviglierebbe soltanto, se qualcuno dotato di sì grandi vantaggi naturali acconsentisse volontariamente a privarsene. Il barbiere livornese però si mise all’opera senza fare osservazioni. Allorchè l’operazione fu compita, quando Edmondo sentì il mento perfettamente raso, quando i capelli furon ridotti alla ordinaria lunghezza, domandò uno specchio e si guardò. Come si disse, egli avea allora 33 anni, ed i suoi quattordici anni di prigionia avevano apportato, per dir così, un gran cambiamento morale nella sua fisonomia. Dantès era entrato nel castello d’If con quel viso rotondo, ridente, aperto, che è proprio del giovine felice, al quale i primi anni della vita sono stati avventurosi, e che calcola sull’avvenire come sopra una naturale deduzione del passato. Tutto ciò era molto cangiato. L’ovale del volto si era di molto allungato; la bocca ridente aveva assunte quelle linee serrate che indicano la risoluzione, le sopracciglia si erano inarcate sotto una ruga unica e pensante, gli occhi si erano abituati ad una profonda tristezza, dal fondo della quale trasparivano a quando a quando i cupi baleni della misantropia e dell’odio; la carnagione priva da sì lungo tempo della luce del giorno e dei raggi del sole, aveva preso quel color pallido che fa, quando il viso è circondato da capelli e barbette nere, la bellezza aristocratica degli abitanti del Nord. La scienza profonda, che aveva acquistata, ripercuotendo per tutto il viso, lo aveva ornato di un’aureola d’intelligente sicurezza. Inoltre, quantunque molto alto, aveva acquistato quel vigore membruto di un corpo avvezzo sempre a concentrare le forze su sè stesso. All’eleganza delle forme nervose e gracili, era succeduta la solidità delle forme arrotondite e muscolari. Quanto alla voce, le preghiere, i singhiozzi, e le imprecazioni, l’avevano cambiata in modo tale, che ora si presentava di un suono di strana dolcezza, ed ora di un accento rozzo e quasi rauco. Inoltre gli occhi mantenuti costantemente o nella oscurità, o in una debole luce, avevano acquistato la facoltà di distinguere nella notte gli oggetti a guisa della iena e del lupo. Edmondo sorrise nel vedersi, era impossibile che il suo miglior amico, se pure gliene rimaneva uno, lo avesse riconosciuto; perchè non si conosceva da sè stesso.
Il padrone della Giovane Amelia, che aveva molta premura a mantenere fra’ suoi un uomo del merito di Edmondo, gli aveva proposto qualche anticipazione sulla parte dei futuri benefici, ch’egli, Dantès, aveva accettata. Sua prima cura, uscendo dal barbiere che aveva operata in lui questa metamorfosi, fu di entrare in un magazzino, e di comprarsi un vestito completo da marinaio: vale a dire un calzone bianco, una camicia a righe, ed un berretto rosso. Così vestito, e riportando a Jacopo la camicia ed i calzoni, egli si presentò nuovamente al padrone della Giovane Amelia al quale fu obbligato di ripetere la sua storia. Il padrone non voleva riconoscere in questo marinaio zerbino ed elegante, l’uomo dalla folta barba, dai capelli misti all’alga, e dal corpo bagnato d’acqua di mare, che aveva raccolto nudo e semivivo sul ponte del suo naviglio. Spinto dalle sue buone sembianze, rinnovò adunque a Dantès le proposizioni d’ingaggio; ma Dantès che aveva le sue mire non voleva accettarle che per tre mesi.
Del resto l’equipaggio della Giovane Amelia era molto attivo, perchè sottoposto agli ordini di un capitano che aveva presa l’abitudine di non perdere il suo tempo. Non era da otto giorni giunto a Livorno, che già gli sporgenti fianchi del naviglio erano riempiti di mussoline colorate, di cotoni proibiti, di polvere inglese e di tabacco, su i quali oggetti la dogana aveva dimenticato di porre il bollo. Si trattava di far uscire ciò da Livorno, porto franco, per sbarcarlo sulle rive della Corsica, di dove alcuni speculatori s’incaricavano di passare il carico in Francia.
Si partì. Edmondo solcò questo mare azzurro, primo orizzonte della sua gioventù, che aveva riveduto tanto spesso nei sogni della sua prigione. Lasciò a destra la Gorgona, a sinistra la Pianosa, e si avanzò verso la patria di Paoli e di Napoleone. La dimane salendo sul ponte, il che faceva sempre di buon’ora, il padrone ritrovò Dantès appoggiato al parapetto del bastimento con istrana espressione guardando un ammasso di scogli di granito, che il sole nascente coloriva di rosea tinta: era l’isola di Monte-Cristo. La Giovane Amelia la lasciò a tre quarti di miglio sulla sinistra, e continuò il suo viaggio verso la Corsica.
Dantès pensava nel passare lungo questa isola (che per lui aveva un nome tanto sonoro) non aver che a balzare in mare, e in mezz’ora sarebbe su quella terra promessa. Ma giunto là, che farebbe egli senza gli utensili necessari per iscoprire il tesoro; senza armi per difenderlo? D’altra parte che direbbero i marinari? che penserebbe il padrone? Era d’uopo aspettare. Egli aveva aspettata la libertà per 14 anni, poteva bene aspettare or che era libero, sei mesi ed anche un anno le ricchezze. Non avrebbe accettata la libertà senza le ricchezze, se gli fosse stata proposta? del resto questa ricchezza non era ancor del tutto chimerica? Nata nel cervello malato del povero Faria, non era fors’anche morta con lui? È vero che quella lettera di Guido Spada era stranamente precisa, e Dantès la ripeteva da un capo all’altro non avendone dimenticata una parola. Giunse la sera, Edmondo vide l’isola passare per tutte quelle tinte e gradazioni di colori che il crepuscolo porta seco, e perdersi del tutto nelle tenebre: ma non per lui che aveva lo sguardo abituato all’oscurità del carcere; egli senza dubbio continuò a scorgerla, perchè fu l’ultimo a discendere dal ponte.
La dimane si svegliarono all’altezza d’Aleria: bordeggiarono tutta la giornata; la sera si videro dei fuochi sulla costa. Alla disposizione di questi fuochi fu riconosciuto che senza dubbio si sarebbe sbarcato, perchè un fanale salì nel posto della bandiera al corno del piccolo bastimento, che si accostò a tiro di fucile alla riva.
Dantès si accorse che il padrone della Giovane Amelia aveva portato sopra ponte, nell’eseguire la manovra per accostarsi a terra, alcune colubrine, simili ai fucili da cavalletto, che senza fare gran rumore potevano cacciare alla distanza di un miglio una palla da 4 a 12 once. Questa cautela però fu inutile; per quella sera si compì tutta la operazione pulitamente e tranquillamente. Quattro scialuppe si accostarono con poco rumore al piccolo bastimento, che, certamente per far loro onore, mise in mare la propria; e queste cinque scialuppe si portarono tanto bene, che a punta di giorno tutto il carico dal bordo della tartana genovese era passato in terra ferma. Il padrone della Giovane Amelia era uomo di tanto ordine nelle sue cose, che la stessa notte si fe’ il reparto dei guadagni del primo scarico; ciascun marinaro ebbe cento lire toscane di sua parte.