— Di qual anno? domandò ancora Dantès.

— Come! di qual anno?... voi domandate di qual anno?

— Sì, rispose il giovine, vi domando di qual anno.

— Avete dimenticato in che anno siamo?

— Che volete? È stata sì grande la paura di questa notte, disse ridendo Dantès, (per cui poco ha mancato non perdessi la vita) che la mia memoria n’è rimasta interamente sconvolta: vi domando dunque di qual anno siamo noi ai 28 febbraio?

— Dell’anno 1829, disse Jacopo.

Erano giusto 14 anni che Dantès era stato arrestato. Egli era entrato nel castello d’If di 19 anni, e ne usciva di 33. Un doloroso sorriso passò sulle sue labbra; domandavasi che fosse avvenuto di Mercedès durante questo tempo, in cui ella lo aveva dovuto credere morto. Quindi un lampo d’ira s’accese ne’ suoi occhi pensando a quei tre uomini ai quali doveva una sì lunga e penosa carcerazione, e rinnovò contro Danglars, Fernando e Villefort quel giuramento d’implacabile vendetta che aveva già pronunciato in prigione; giuramento che non era più una vana minaccia, poichè a quell’ora, il più abile veleggiatore del Mediterraneo non avrebbe certo potuto raggiungere la piccola tartana che navigava a gonfie vele alla volta di Livorno.

XXII. — I CONTRABBANDIERI.

Dantès non aveva ancora passato un giorno intero a bordo, che già sapeva con chi aveva che fare. Senza essere stato alla scuola del vecchio Faria, il degno padrone della Giovane Amelia (era il nome della tartana genovese) sapeva presso a poco tutte le lingue che si parlano intorno a questo gran lago, chiamato il Mediterraneo, dall’araba fino alla provenzale; perciò senza aver bisogno d’interpreti, persone talvolta noiose, tal altra indiscrete; questa conoscenza delle lingue gli offeriva grandi facilitazioni per conferire, sia coi bastimenti che incontrava in mare, sia colle piccole barche che rilevava lungo le coste, sia finalmente con quella gente senza nome, senza patria, senza stato apparente, che è sempre in gran numero sulle spiagge vicine ai porti di mare, e che vive di quei misteriosi e celati mezzi, che bisogna credere le vengano dall’alto, poichè non hanno alcun mezzo di esistenza visibile ad occhio nudo.

S’indovinerà facilmente che Dantès era a bordo di un bastimento di contrabbandieri. Per questo il padrone, sulle prime, lo aveva ricevuto a bordo con una specie di diffidenza, egli era molto conosciuto da tutti i doganieri della costa, e siccome v’era fra lui e questi signori un perfetto accordo di furberie più destre le une delle altre, così aveva per un momento pensato che Dantès non fosse che un emissario della signora gabella, la quale impiegasse questo ingegnoso mezzo per scoprire qualcuno dei segreti del mestiere; ma il modo brillante con cui Dantès si era tratto d’impaccio nella prova di dirigere il cammino più rettamente, l’aveva del tutto convinto; in seguito poi quando aveva veduto quella nube bianca che ondeggiava qual pennacchio sul bastione del castello d’If, ed aveva inteso la lontana esplosione, ebbe per un momento l’idea d’aver ricevuto a bordo colui al quale, come per l’entrata dei re in una città, viene accordato l’onore dello sparo del cannone.