— Io non vi conosco grotte, disse Jacopo.

Un freddo sudore passò sulla fronte di Dantès. — Non vi sono grotte a Monte-Cristo? domandò egli. — No.

Dantès rimase per un momento stordito, poi pensò che queste grotte potevano essersi ricoperte per un qualche accidente, od essere state chiuse per maggior cautela dallo stesso Spada. In questo caso tutto stava nel ritrovare la perduta apertura. Era inutile cercarla nella notte; Dantès rimise dunque le sue ricerche alla dimane: d’altra parte un segnale inalberato a mezza lega in mare, ed al quale rispondeva con uno simile la Giovane Amelia, indicò ch’era giunto il momento di accingersi all’operazione. Il bastimento che aveva ritardato, rassicurato dal segnale che doveva far conoscere all’ultimo giunto tutta la sicurezza per potersi abboccare, apparve ben presto bianco e silenzioso come un fantasma, e venne a gettare l’ancora presso la riva. Il trasporto delle merci cominciò in quel punto. Dantès, mentre lavorava, pensava all’hourra di gioia, che con una sola parola poteva provocare in tutti quegli uomini, se diceva ad alta voce l’incessante pensiero che gli rumoreggiava all’orecchio, e lo turbava: ma lungi dal rivelare il suo magnifico segreto, temeva già di aver detto troppo, e di avere risvegliati dei sospetti col suo andare e venire, e colle ripetute domande, colle minuziose osservazioni, e la sua preoccupazione: fortunatamente però che in lui, per questa volta almeno, il doloroso passato riflettevagli sul viso una indelebile tristezza, e che gli slanci d’ilarità intraveduti sotto questa nube non erano che lampi. Nessuno adunque dubitava di cosa alcuna: ed allorchè la dimane prendendo il fucile, i pallini e la polvere, Dantès manifestò il desiderio di andare a tirare qualcuna di quelle numerose capre selvagge che si vedevano saltare di roccia in roccia, non si attribuì questa sua escursione che all’amore per la caccia, ed al desiderio della solitudine! non vi fu che Jacopo che insistè per seguirlo. Dantès non volle opporvisi temendo d’inspirar sospetti, se spingeva tropp’oltre la sua ripugnanza ad essere accompagnato. Ma appena ebbe fatto un quarto di lega, presentatasi l’occasione di tirare ed uccidere un capriuolo, inviò Jacopo a portarlo ai compagni, invitandoli a cuocerlo, e a dargli il segnale quando sarebbe cotto per mangiarlo, col trarre un colpo di fucile. Qualche frutto secco, ed un fiasco di vino di Montepulciano dovevano compiere il pranzo.

Dantès continuò il cammino voltandosi di tempo in tempo. Giunto alla sommità di una roccia, vide mille piedi al di sotto di lui i compagni, che raggiunti da Jacopo, già si occupavano attivamente dei preparativi del pranzo, aumentato, mercè la bravura d’Edmondo d’un piatto principale.

Edmondo li guardò un momento con quel tristo e dolce sorriso proprio delle persone superiori. «Fra due ore coloro partiranno ricchi di 50 piastre, per andare a cercar di guadagnarne altre 50 col rischio della loro vita: poi ritorneranno ricchi di lire 600, per andare a dilapidarle in una città qualsisia coll’orgoglio dei sultani, e la confidenza dei nababi. Oggi la speranza fa che io disprezzi la loro ricchezza, che mi appare profonda miseria: domani forse il disinganno mi obbligherà guardare questa profonda miseria come la maggiore delle fortune... Oh! no, gridò Edmondo: questo non sarà. Il sapiente, l’infallibile Faria non può essersi ingannato su questo solo punto. D’altra parte meglio morire che continuare a condurre questa vita miserabile e vile.»

Così Dantès, che tre mesi prima non desiderava che la libertà, non era più contento di questa, ma voleva eziandio le ricchezze. Il difetto non era di Dantès, ma della nostra natura che ci crea desideri infiniti. Frattanto per una strada che si perdeva fra due muraglie di scogli, lungo il cammino che percorreva il torrente, e che secondo ogni probabilità non era stata mai calcata da piede umano, Dantès si era avvicinato alla direzione in cui supponeva dover essere le grotte. Seguendo la spiaggia del mare, ed esaminando i più piccoli oggetti con una seria attenzione, credè notare sur alcune rocce degli scavi operati della mano dell’uomo.

Il tempo che cuopre tutte le cose fisiche col manto dell’obblio, sembrava avere rispettati questi segni, tracciati con una certa regolarità, e nello scopo probabilmente di servir di guida, segni che poi sparivano sotto i cespugli di mirto che si univano in grossi mazzi carichi di fiori, o sotto i licheni parassiti. Bisognava allora che Dantès allontanasse i mazzi di fiori o sollevasse il musco per ritrovare i segni che lo guidavano per questo laberinto, segni, che per altro avevan dato buona speranza ad Edmondo. Perchè non potevano essere stati tracciati dallo Spada per poter servire, in caso di catastrofe ch’egli non aveva preveduto così completa, di guida al nipote? Questo luogo solitario era ben quello che conveniva ad un uomo che voleva seppellire un tesoro. Soltanto questi segni visibili avrebbero potuto attirare lo sguardo di qualche altro oltre quelli per cui erano fatti: e l’isola dalle tetre muraglie aveva ella conservato fedelmente il segreto?

Frattanto a cinquanta passi dal porto sembrò ad Edmondo, sempre celato agli sguardi de’ compagni per la ineguaglianza del suolo, che i segni cessassero, senza però metter capo ad alcuna grotta. Una grossa roccia rotonda, posta sopra una solida base era la sola meta a cui sembravano guidare. Edmondo pensò allora che invece d’essere giunto al termine, poteva benissimo non essere arrivato che a scoprire il principio: per conseguenza fe’ un giro in contrario, e ritornò in dietro calcando la stessa via. In questo mentre i suoi compagni preparavano il pranzo, attingevano l’acqua alla sorgente, trasportavano il pane e le frutta a terra, e facevano cuocere il capriuolo: e nel punto in cui lo toglievano dallo improvvisato spiedo scorsero Edmondo, che leggero e ardito come uno scoiattolo, saltava di roccia in roccia: tirarono allora il colpo per avvertirlo. Il cacciatore cambiò subito direzione, e ritornò a loro correndo. Ma nel momento che tutti lo seguivano collo sguardo nella specie di voli che faceva, tacciando di temerità la sua sveltezza; come per dar ragione ai loro timori, gli venne meno un piede, fu visto oscillare sulla vetta di uno scoglio, gettare un grido, e sparire.

Tutti balzarono di un solo slancio, perchè tutti amavano Edmondo ad onta della sua superiorità; Jacopo però fu il primo a raggiungerlo. Egli trovò Dantès steso, insanguinato, e quasi privo di sensi: era rotolato da un’altezza di 10 a 12 piedi. Gli fu introdotto in bocca qualche sorso di rum, e questo rimedio, che altra volta gli era stato di tanta efficacia, produsse il medesimo effetto. Edmondo riaprì gli occhi, e si lagnò di un vivo dolore al ginocchio, d’un gran peso alla testa, e d’un forte spasimo ai reni. Lo volevano trasportare fino alla riva; ma quando fu toccato, quantunque Jacopo dirigesse l’operazione, dichiarò lamentandosi, che non si sentiva la forza di sopportare il trasporto.

S’intende, che di pranzo per Edmondo non si parlò neppure, ma volle che i suoi camerati, non avendo le sue stesse ragioni per fare digiuno, ritornassero al loro posto. Quanto a lui, pretendeva di non aver bisogno di altro che di un poco di riposo, e che al loro ritorno essi lo troverebbero assai meglio. I marinari non si fecero molto pregare; avevano fame, l’odore del capriuolo giungeva fino a loro, e fra lupi di mare non vi sono molte cerimonie. Ritornarono un’ora dopo. Tuttociò che Edmondo aveva potuto fare era stato di trascinarsi per una dozzina di passi per appoggiarsi sur un sasso coperto di musco. Ma lungi dal calmarsi, i dolori di Dantès sembrava che fossero aumentati d’intensità.