Passò in quel punto un’ombra rapida intercettando la luce: Dantès lasciò cadere la zappa, afferrò il fucile, ripassò per l’apertura, e si slanciò all’aperto. Era una capra selvaggia che aveva saltato la prima entrata della grotta, e mangiava a qualche passo di distanza. Sarebbe stata una bella occasione per assicurarsi il pranzo; ma Dantès ebbe timore che lo sparo del fucile richiamasse qualcuno. Riflettè un momento, tagliò dei rami di un albero resinoso, e andò ad accenderli al fuoco ancor fumante, ove i contrabbandieri avevano cotto il pranzo, e ritornò con questa torcia: non voleva perdere alcuna particolarità di ciò che stava per vedere.
Avvicinò la torcia alla buca informe e non compita, e riconobbe che non si era ingannato; i colpi avevano alternativamente colpito sul ferro e sul legno. Piantò la torcia in terra, e si rimise all’opera. In un momento fu scavata una fossa di tre piedi di lunghezza e due di larghezza, e potè allora riconoscere un baule di legno di quercia con cerchi di ferro cesellato. Nel mezzo del coperchio risplendeva, sopra una placca d’argento che la terra non aveva potuto arrugginire, l’arme della famiglia Spada, cioè una spada messa di piatto sopra uno scudo ovale, come sono gli scudi italiani. Dantès la riconobbe facilmente, perchè Faria l’aveva più volte a lui disegnata. Da quel momento non vi era più dubbio, il tesoro v’era in effetti; non avrebbero prese tante cautele per rimettere in quel posto un baule vuoto.
In un momento tutti i lati del baule o forziere furono messi allo scoperto, ed ei vide poco alla volta, comparire la serratura nel mezzo, posta fra due cinte di ferro, e le maniglie alle pareti laterali; tutto era cesellato, come si usava in quell’epoca in cui l’arte rendeva preziosi anche i più vili metalli. Dantès prese il baule per le maniglie, e si provò a sollevarlo, era impossibile. Allora tentò di aprirlo: la serratura e le cinte lo tenevano ben chiuso: questi fedeli custodi sembravano non voler rendere il tesoro: Dantès introdusse la parte tagliente della zappa tra il fondo ed il coperchio, gravitò con tutto il corpo sul manico di quella, ed il coperchio, dopo aver prodotto un forte rumore, andò in pezzi. Una larga apertura dell’asse rendeva i ferramenti inutili, caddero anch’essi, stringendo tuttavia con le loro unghie tenaci gli avanzi del coperchio caduto con essi, ed il baule fu aperto. Una febbre vertiginosa s’impadronì di Dantès; egli prese il fucile, lo caricò, e se lo pose vicino. Dapprima chiuse gli occhi come fanno i fanciulli, per scorgere nella notte sfavillante della loro immaginazione più stelle che non possono contarsi in un cielo ancora illuminato, quindi li riaprì, e rimase abbagliato.
Tre divisioni compartivano il baule; nella prima brillavano dei fulgidi scudi d’oro dai gialli riflessi; nella seconda delle verghe d’oro non brunite, ma disposte in buon ordine, esse però non avevano dell’oro che il peso ed il valore; nella terza finalmente, piena a metà, Edmondo rimosse ed alzò a manate i diamanti, le perle e i rubini che qual cascata sfavillante facevano nel ricadere gli uni sugli altri il rumore della grandine sui vetri. Dopo aver toccato, palpato, immerso le mani tremanti nell’oro e nelle pietre, Edmondo si rialzò e si diè a correre attraverso la caverna colla fremente esaltazione di un uomo che sta per diventar pazzo. Saltò sopra una roccia da cui poteva scoprire il mare, e non vide nulla; egli era solo, solissimo con queste ricchezze incalcolabili, inaudite, favolose, che gli appartenevano. Ma sognava o era sveglio?
Aveva bisogno di rivedere il suo oro, e nello stesso tempo sentiva non aver la forza di sostenerne la vista; per un momento si compresse le mani sulla testa come per impedire che la ragione andasse via, poi si slanciò attraversò l’isola senza seguire, non dirò un sentiero, perchè nell’isola di Monte-Cristo non ve ne sono, ma tampoco una direzione stabilita; faceva fuggire le capre selvagge, e spaventava gli uccelli marini colle sue grida e col suo gesticolare. Indi, per un altro giro ritornò, dubitando ancora, e precipitandosi dalla prima grotta nella seconda, e trovandosi al cospetto di questa cava d’oro e di diamanti, cadde in ginocchio, comprimendosi con ambe le mani i moti convulsivi del cuore che balzava, e mormorando una preghiera intelligibile a Dio soltanto. Poco dopo si sentì più tranquillo, e pertanto più felice; poichè in quell’ora soltanto cominciava a credere alla sua felicità. Si mise a contare la sua fortuna; vi erano circa mille verghe d’oro che pesavano ciascuna da due a tre libbre; quindi ammonticchiò venticinque mila scudi d’oro che potevano avere il valore ciascuno di ottanta franchi, moneta di Francia, tutti coll’effigie di Papa Alessandro VI e dei suoi predecessori, e si accorse che il compartimento non era vuotato che a metà; finalmente misurò dieci volte la capacità delle sue due mani in perle, pietre, e diamanti, molti dei quali, legati dai migliori gioiellieri di quell’epoca, presentavano per questo un valore considerevole, oltre quello intrinseco. Dantès vide il giorno abbassarsi ed estinguersi a poco a poco. Temè di esser sorpreso se restava nella grotta, e ne uscì col fucile alla mano. Un po’ di biscotto e qualche goccia di vino furono la sua cena. Quindi rimise la pietra, vi si sdraiò sopra, e dormì appena qualche ora, coprendo col corpo l’ingresso della grotta. Questa notte fu una di quelle terribili ad un tempo e deliziose, come quest’uomo dalle grandi emozioni ne aveva già passate due o tre nella sua vita.
XXV. — LO SCONOSCIUTO.
Fecesi giorno: Dantès l’aspettava da lungo tempo ad occhi aperti. Ai primi albori si alzò; salì, come la sera, sulla roccia elevata dell’isola, per esplorarne i dintorni: ma tutto era deserto. Edmondo rimosse la pietra, discese, si riempì le saccocce di pietre preziose, rimise il meglio che potè l’asse ed i ferramenti al coperchio del baule, lo ricoprì di terra, vi gettò sopra della sabbia per rendere il luogo smosso di fresco come il resto del suolo, uscì dalla grotta, rimise la pietra, ammassò su questa dei sassi di differente grossezza, ne riempì gl’intervalli con della terra, vi piantò dei mirti e dell’eriche, innaffiò queste piante novelle, affinchè sembrassero vecchie, cancellò le impronte dei suoi passi ripetuti intorno a questo luogo, e attese con impazienza il ritorno dei compagni. Difatto or non si trattava più di passare il tempo a guardare quest’oro e questi diamanti, e di restare a Monte-Cristo come un drago a sorvegliare il tesoro: bisognava ritornare alla vita, fra gli uomini, e prendere nella società il rango, l’influenza ed il potere che in questo mondo danno le ricchezze, prima e più grande delle forze di cui possa disporre la creatura umana.
I contrabbandieri ritornarono il sesto giorno. Dantès riconobbe da lontano l’andamento ed il moto della Giovane Amelia; si trascinò fino al porto come il Filotete ferito, ed allorquando i compagni approdarono, annunciò loro, lagnandosi ancora, di avere ottenuto un sensibile miglioramento; indi a sua volta ascoltò il racconto degli avventurieri. Essi erano riusciti, è vero; ma appena avevano deposto il carico, erano stati avvertiti che un brick di sorveglianza a Tolone, usciva dal porto e si dirigeva alla lor volta; allora erano fuggiti a tratto di freccia lagnandosi che Dantès, il quale sapeva dare una velocità maggiore al bastimento, non fosse stato là a dirigerlo. Infatto eransi avveduti ben presto del bastimento cacciatore che li inseguiva; ma coll’aiuto della notte, e passando la punta del capo Corso erano giunti a fuggire. In sostanza questo viaggio non era stato cattivo, e tutti, particolarmente Jacopo, erano dispiaciuti che Dantès non fosse stato con loro per ottenere la propria parte di utile da lor riportata, e che ammontava a 50 piastre.
Edmondo rimase impenetrabile, e non sorrise nemmeno alla enumerazione dei vantaggi di cui avrebbe potuto aver parte se avesse abbandonata l’isola; siccome la Giovane Amelia non era venuta a Monte-Cristo che per prenderlo, s’imbarcò subito la stessa sera, e seguì il suo padrone a Livorno; dove appena giunto, andò da un ebreo e vendè per 25 mila franchi ciascuno quattro dei suoi più piccoli diamanti. L’ebreo avrebbe potuto informarsi come un pescatore trovavasi possessore di simili oggetti, ma se ne guardò bene, perchè vi guadagnava mille franchi sopra ciascuno. La dimane Dantès comprò una barca nuova che regalò a Jacopo, aggiungendo a questo dono cento piastre per provvedersi dell’equipaggio; e ciò a condizione che Jacopo andrebbe a Marsiglia a chieder notizie di un vecchio chiamato Luigi Dantès, che abitava nei viali di Meillan, e di una giovinetta dimorante nel villaggio dei Catalani, che si chiamava Mercedès.
Jacopo credè di sognare. Ma Edmondo gli raccontò che erasi fatto marinaro per una bizzarria, e perchè la sua famiglia non gli voleva passare il danaro necessario per le spese minute, ma giungendo a Livorno era entrato in possesso della eredità di uno zio che lo aveva istituito erede universale. L’educazione elevata di Dantès dava a questa storia tale un’impronta di verità, che Jacopo non dubitò nemmen per poco che il suo antico compagno non gli dicesse il vero. D’altra parte, essendo terminato l’impegno di Edmondo col padrone della Giovane Amelia prese congedo dal vecchio marinaro, che dapprima tentò di ritenerlo, ma che intesa come Jacopo la storia dell’eredità, rinunciò perfino alla speranza di vincere la risoluzione del suo antico compagno. La dimane Jacopo mise alla vela per Marsiglia; egli doveva ritrovare Edmondo a Monte-Cristo. Lo stesso giorno Dantès partì senza dire ove andava, prendendo congedo dall’equipaggio della Giovane Amelia col dare una splendida gratificazione, e dal padrone col promettergli di fargli avere un giorno o l’altro sue notizie: e si recò a Genova.