Si orizzontò allora. Questa seconda grotta doveva naturalmente internarsi verso il centro dell’isola. Esaminò gli strati delle pietre, e andò a battere sur una delle pareti che gli parve quella ove doveva essere l’apertura, nascosta senza dubbio per maggior cautela. Con la zappa ripercosse le pareti ad intervalli, tramandando la roccia un rumore sì sordo e debole che faceva scorrere il sudore sulla fronte di Dantès. Finalmente sembrò al perseverante minatore che una parte del muro di granito risuonasse, e rispondesse con un eco più sordo e più profondo all’appello che gli veniva fatto. Avvicinò lo sguardo ardente al muro, e ritrovò, col tatto da prigioniero, ciò che niun altro avrebbe forse riconosciuto: cioè che là doveva essere un’apertura. Però, onde non fare un lavoro inutile, Dantès, che, a guisa di Cesare Borgia, aveva studiato il valore del tempo, esplorò le altre pareti colla zappa, percosse il suolo col calcio del fucile, smosse la sabbia nei luoghi sospetti, e non avendo ritrovato nè riconosciuto nulla, ritornò alla parte di muro che rendeva quel suono consolatore. Egli la percosse di nuovo e con maggior forza.
Allora vide una cosa singolare; sotto i colpi dell’istrumento, una specie d’intonaco come quello che si applica sui muri per dipingervi a fresco, si sollevava e cadeva in croste, scoprendo una pietra biancastra e granellosa, come quelle da taglio. L’apertura della roccia era stata chiusa con pietre di altra natura, quindi vi avevano steso l’intonaco, era stata imitata la tinta e la cristallizzazione del granito. Dantès percosse allora colla parte tagliente della zappa, questa penetrò per un pollice nella porta a muro.
Era là che bisognava lavorare.
Per uno strano mistero dell’umana organizzazione, più si avveravano, e si accumulavano le prove che Faria non doveva essersi ingannato, e più il cuore di Dantès indebolito e stanco si lasciava andare in preda al dubbio, e quasi allo scoramento. Questa nuova esperienza, che avrebbe dovuto infondergli forza novella, gli tolse al contrario quella che rimanevagli; la zappa discendendo sfuggivagli quasi dalle mani, la depose al suolo, si asciugò la fronte, e risalì la scala, sul pretesto di vedere se qualcuno lo spiava, ma in realtà perchè aveva bisogno d’aria, perchè si sentiva sul punto di svenire.
L’isola era deserta, e il sole nel suo zenit sembrava coprirla col suo occhio di fuoco; in lontano alcune piccole barche pescherecce spiegavano le vele su di un mare azzurro come il zaffiro.
Dantès non aveva ancora mangiato nulla: ma in questo momento era ben lontano dall’aver voglia di mangiare; trangugiò un po’ di rum, e rientrò nella grotta col cuore serrato. La zappa che gli era sembrata così pesante era ridivenuta leggiera; egli la sollevò come avrebbe fatto di una piuma, e si mise vigorosamente al lavoro. Dopo qualche colpo, si accorse che le pietre non erano cementate, ma soltanto le une poste sulle altre, e ricoperte da quell’intonaco di cui abbiamo parlato; introdusse in una fessura la punta dell’istrumento, gravitò col corpo sul manico, e vide con gioia la pietra girare, come su i cardini, e cadere ai suoi piedi.
Da quel momento Dantès non ebbe più che a tirare a sè col ferro della zappa ciascuna pietra, che a sua volta rotolò vicino alla prima.
Egli avrebbe potuto entrare fin dalla prima apertura, ma ritardando di qualche minuto aveva prolungato la certezza aggrappandosi alla speranza. Finalmente dopo una nuova esitazione di un minuto, Dantès passò dalla prima nella seconda grotta; questa era più bassa, più oscura, e di un aspetto più spaventoso della prima. L’aria, che non vi era penetrata che dall’apertura testè fatta, conservava quello odore mefitico, che Dantès si era meravigliato di non ritrovare nella prima: aspettò allora che l’aria esterna ravvivasse questa morta atmosfera, quindi entrò a sinistra dell’apertura. Eravi un angolo profondo e oscuro; ma, per l’occhio di Dantès non v’erano tenebre. Scandagliò la seconda grotta: era vuota come la prima. Il tesoro, se v’era, stava seppellito in quest’angolo oscuro.
L’ora dell’angoscia era giunta; due piedi di terra da scavarsi era tutto ciò che restava a Dantès fra il sommo della gioia e il sommo della disperazione. Egli si avanzò verso l’angolo, e, come preso da una momentanea risoluzione, si diè al lavoro. Al quinto o sesto colpo di zappa il ferro risuonò sopra un altro ferro. Giammai tocco funebre di campana a stormo produsse un simile effetto su colui che l’intese. Dantès non avrebbe ritrovato altra cosa che lo avesse potuto far diventar più pallido. Egli osservò ai lati del luogo da lui già esplorato, ritrovò lo stesso suono.
— È un baule di legno cerchiato di ferro, diss’egli.