Dantès si avvicinò. La roccia superiore, rimasta ormai senza appoggio pendeva sull’abisso. L’intrepido cercatore vi girò attorno, scelse il punto più vacillante, appoggiò la sua leva fra gl’intacchi, e a guisa di Sisifo s’incurvò con tutta la forza contro la roccia, la quale di già spostata dall’esplosione traballò. Dantès raddoppiò di sforzi. Si sarebbe detto ch’egli era un nuovo Titano che sradicava le montagne per far la guerra al padre degli Dei. Finalmente la roccia cedè, rotolò, balzò, si precipitò, e disparve immergendosi nel mare. Essa lasciò scoperto un vano circolare che metteva in vista un anello di ferro impiombato nel mezzo di una pietra quadrata.
Dantès gettò un grido di gioia e di stupore. Giammai più magnifico risultato aveva coronato un primo tentativo. Volle continuare, ma le gambe gli tremavano così fortemente, il cuore gli batteva con tanta violenza, una nube gli passava tanto ardente davanti agli occhi, che fu costretto di fermarsi. Questo momento di esitazione però durò quanto un lampo. Edmondo passò la leva nell’anello, l’alzò vigorosamente, e la pietra spostata si aprì, scoprendo il rapido pendìo di una specie di scala infossantesi nell’ombra di una grotta di più in più oscura.
Un altro vi si sarebbe precipitato, avrebbe gettato grida di esultanza e di gioia: Dantès si fermò, impallidì, dubitò.
— Vediamo, diss’egli, siamo uomini. Avvezzi all’avversità, non ci lasciamo abbattere da un disinganno, o senza questo avrei io tanto sofferto? Il cuore si rompe allorchè, dopo essere stato dilatato oltre misura dalla speranza, ritorna su sè stesso e si ricompone nella fredda realtà. Faria non fe’ che un sogno; Guido Spada nulla ha seppellito in questa grotta; forse anche non vi è mai venuto, o se vi venne, Cesare Borgia, l’intrepido avventuriere, l’infaticabile capo ladrone vi sarà approdato dopo di lui, avrà seguiti i medesimi segni che ho seguiti io, avrà come me sollevata questa pietra, e, disceso prima di me, nulla avrà lasciato da prendere a chi veniva dopo lui. — Dantès restò un momento immobile, pensieroso, cogli occhi fissi sopra quest’apertura tenebrosa e continua.
— Sì, sì, questa è un’avventura da trovar posto nella vita, mista di oscurità e di luce, di questo reale bandito. In quel tessuto di strani casi che compose la trama diaspra della sua esistenza, questo favoloso avvenimento ha dovuto incatenarsi invincibilmente ad altri fatti. Sì, Borgia è venuto una notte qui, tenendo in una mano una fiaccola, nell’altra una spada, nel mentre che a venti passi da lui distante, forse a piedi di quello scoglio, stavano cupi e minacciosi due sgherri spiando la terra, l’aria ed il mare, mentre che il padrone entrava, come sto per fare io, in quest’antro scuotendo le tenebre col suo formidabile e fiammeggiante braccio. Sì, ma di quei sgherri ai quali avrà dovuto comunicare il segreto, che ne avrà fatto Borgia? si domandò Dantès. Ciò che fecero, rispose egli stesso sorridendo, dei becchini d’Alarico, che vennero sotterrati col seppellito. Ora che io non calcolo più su nulla, ora che sarebbe pazza cosa il conservar qualche speranza, questa avventura non è più per me che una mera curiosità.
E restò ancora per poco tempo immobile e meditabondo.
— Però se vi fosse venuto, riprese Dantès, se avesse ritrovato e portato il tesoro, Borgia, l’uomo che paragonava l’Italia ad un carciofo, e che la mangiava foglia per foglia, Borgia sapeva troppo bene impiegare il tempo per non perderne a rimettere questa roccia sulla base... discendiamo.
Allora discese, il sorriso del dubbio sfiorava sulle sue labbra che mormoravano quest’ultima parola dell’umana saggezza: — Può darsi!...
Ma in vece delle tenebre che si aspettava di ritrovare, in vece di un’atmosfera opaca e trista, Dantès non vide che una gran luce decomposta in un chiarore azzurrognolo; l’aria e la luce filtravano non solo dall’apertura da lui praticata, ma ancora per delle screpolature invisibili fra le rocce dalla parte esterna, e attraverso le quali si vedeva il colore turchino del cielo, e ove si congiungevano i rami tremolanti dei verdi cespugli e i ligamenti spinosi e parassiti dei rovi. Dopo qualche secondo di dimora in questa grotta, la cui atmosfera piuttosto odorosa che fetida, stava alla temperatura dell’isola come l’ombra al sole, lo sguardo di Dantès, abituato come si disse, alle tenebre, potè esplorare gli angoli più reconditi della caverna; essa era di granito di cui le faccette sparse di pagliuole risplendevano come diamanti.
— Ahimè! esclamò Dantès sorridendo, ecco senza fallo i tesori che avrà lasciato lo Spada, e il buon Faria vedendo in sogno questi muri risplendenti, si sarà fermato in queste ricche speranze!... — Si ricordò poi le precise parole del testamento che sapeva a memoria. «Nell’angolo più lontano della seconda apertura». Or Dantès non era penetrato che nella prima grotta, gli abbisognava dunque cercare l’entrata della seconda.