— E rinuncierai alla tua parte di divisione, disse Edmondo, per restar meco? — Sì, e senza dispiacere, rispose Jacopo. — Tu sei un brav’uomo, disse Edmondo, e Dio ti compenserà della tua buona volontà. Ma io non ho bisogno d’alcuno, grazie: un giorno o due di riposo mi rimetteranno, e spero ritrovare fra questi scogli alcune erbe eccellenti per le contusioni.

Uno strano sorriso passò sulle labbra di Dantès; strinse la mano a Jacopo con effusione, ma rimase irremovibile nella sua risoluzione di rimanere, e di rimaner solo. I contrabbandieri lasciarono ad Edmondo ciò che aveva domandato, e lo abbandonarono, non senza voltarsi molte volte facendogli tutti i segni di un cordiale addio, ai quali Edmondo rispondeva con una sola mano, come se non potesse muovere il restante del corpo. Poi, quando furono disparsi: — È strano, mormorò Dantès ridendo, che in mezzo ad uomini di tal fatta si trovino prove di amicizia e di devozione. — Allora trascinossi con cautela fino alla sommità di una roccia, che gli nascondeva la vista del mare, e di là vide la tartana compiere i preparativi, levar l’ancora, librarsi come una lodola che sta per spiccare il volo, e partire. In capo ad un ora ella era disparsa del tutto, o almeno era impossibile di più vederla dal luogo ove era rimasto il ferito. Dantès si alzò più lesto e più leggiero di un capriuolo fra i mirti e le lentische, su quelle rocce selvagge, prese il fucile con una mano, coll’altra la zappa, e corse a quella roccia presso la quale finivano i segni che aveva notati sulle altre.

— Ed ora, gridò egli ricordandosi la storia dell’arabo pescatore raccontatagli da Faria, ora, apriti o Sesamo!

XXIV. — L’ABBAGLIAMENTO.

Il sole era pervenuto a circa un terzo del suo corso, i raggi di maggio cadevano caldi e vivificanti su queste rocce che sembravano anch’esse sensibili a questo calore. Migliaia di cicale invisibili fra i cespugli, facevano sentire il loro mormorio monotono e continuo. Le foglie dei mirti e degli ulivi si agitavano tremanti, e mandavano un rumore quasi metallico. A ciascun passo che faceva Edmondo sul riscaldato granito fuggivano dei mosconi che sembravano smeraldi. Si vedevano da lungi balzare, sul pendio inclinato dell’isola, le capre selvagge che vi attirano qualche volta i cacciatori; in una parola l’isola era abitata, vivente, animata, e ciò non pertanto Edmondo si sentiva solo, sotto la mano di Dio. Egli provava una non so quale emozione, molto somigliante alla paura. Era quella diffidenza del pieno giorno, che fa supporre, anche nel deserto, che vi possano essere degli occhi inquisitori aperti ad osservarci. Questo sentimento fu sì forte, che al momento di cominciare il lavoro, Edmondo si fermò, depose la zappa, riprese il fucile, salì un’ultima volta su la roccia più elevata dell’isola, e di là girò lo sguardo attentamente su tutto ciò che lo circondava. Ma, dobbiamo dirlo, ciò che attirò la sua attenzione, non fu la poetica Corsica di cui egli poteva perfino distinguere le case, non la Sardegna, a lui quasi sconosciuta, che le fa seguito, non l’isola d’Elba dai giganteschi ricordi, e finalmente non quella linea impercettibile che si estende sull’orizzonte, e che, all’occhio esercitato del marinaro, rivela la situazione della superba Genova, e della commerciante Livorno; no, ma fu il brigantino ch’era partito a punto di giorno e la tartana partita da poco. Il primo, stava per sparire nello stretto di S. Bonifazio; l’altra seguendo la strada opposta costeggiava la Corsica per oltrepassarla.

Questa vista rassicurò Edmondo: ricondusse allora lo sguardo sugli oggetti che lo circondavano più da vicino: si vide sul punto più elevato della conica isola, piccola statua di questo immenso piedistallo: intorno a lui non v’era un uomo, non una barca: niente altro che l’azzurro mare che veniva a percuotere la base dell’isola, ornandola di una eterna frangia d’argento. Allora discese con passo rapido, ma prudente; temeva troppo in un simile momento un accidente simile a quello che aveva tanto abilmente e felicemente simulato.

Dantès come abbiamo detto, aveva ripercorso il cammino, guidato dai solchi scavati sulle rocce, ed aveva veduto che questa linea conduceva ad un piccolo seno nascosto come un bagno di antica ninfa. Questo seno era abbastanza profondo nel centro, perchè un piccolo bastimento del genere delle Speronare potesse entrarvi, e rimanervi nascosto. Allora, seguendo il filo delle induzioni, quel filo che fra le mani di Faria aveva veduto guidare in una maniera così ingegnosa fra il dedalo delle probabilità, pensò che Guido Spada, nello scopo di non farsi vedere, fosse approdato a questo seno, quivi nascosto il piccolo naviglio, avesse seguita la linea indicata dalle intaccature, e nella estremità di essa sepolto il tesoro. Questa supposizione ricondusse Dantès presso la roccia circolare. Una cosa soltanto lo inquietava, e sconvolgeva tutte le sue idee in dinamica: come erasi potuto, senza impiegare forze considerevoli, innalzare questa roccia, che pesava forse cinque o sei migliaia, sulla specie di base su cui era posta?

D’improvviso fu colpito da un’idea. Invece di farla salire, disse tra sè, l’avranno fatta discendere. Ed egli stesso si slanciò al di sopra della roccia, per cercare il posto della sua primitiva base. Infatto vide ben presto, ch’era stata praticata una leggera inclinazione, la roccia aveva strisciato sulla base, ed era venuta a fermarsi nella direzione in cui un’altra roccia, grossa come una pietra da taglio ordinaria gli aveva servito di base. Erano stati impiegati dei sassolini e delle pietre per far sparire ogni traccia di mancanza di continuità, questo piccolo lavoro da muratore era stato ricoperto di terra vegetabile, vi era nata l’erba, ed il musco vi si era esteso, qualche seme di mirto e di lentischia vi si erano fermati, e l’antico avanzo di roccia sembrava attaccato al suolo. Dantès sollevò con cautela la terra, e riconobbe, o credè riconoscere tutto questo ingegnoso artificio. Allora si accinse a distruggere colla zappa questo muro intermediario, cementato dal tempo; dopo un lavoro di dieci minuti il muro cedè, e rimase aperto un foro pel quale potevasi introdurre un braccio. Dantès andò a troncare l’olivo più grosso in cui si abbattè, lo spogliò dei rami, l’introdusse nel foro, e ne fece una leva; ma la roccia era ad un tempo troppo pesante, e incastrata troppo solidamente sull’inferiore, che forza umana non era bastante a smuoverla, fosse stata pur quella d’Ercole.

Dantès riflettè allora esser necessario assaltar la roccia stessa, ma con qual mezzo? Girò lo sguardo intorno a sè come fanno gli uomini impacciati, e questo cadde sul corno di bufalo pieno di polvere che avevagli lasciato Jacopo; egli sorrise: l’invenzione infernale avrebbe compita l’opera.

Coll’aiuto della zappa, Dantès scavò fra la roccia superiore e quella sopra cui era posta, un condotto di mina simile a quello che fanno i guastatori, quando vogliono risparmiare alle braccia dell’uomo una troppo lunga fatica. Quindi lo riempì di polvere ben compressa e sfilando il fazzoletto, e immergendolo nella polvere, ne fe’ una miccia, e messovi fuoco si allontanò. L’esplosione non si fece attendere; la roccia superiore per un momento fu sollevata dall’incalcolabile forza, quella inferiore andò in pezzi. Dalla piccola apertura, che sul principio aveva praticata Dantès, uscì buon numero d’insetti frementi ed un enorme serpente, guardiano di questo cammino misterioso, il quale strisciando su sè stesso disparve.