Dantès continuò la sua strada; ciascun passo che faceva gli opprimeva il cuore con una nuova emozione; tutti i suoi ricordi d’infanzia, ricordi indelebili, eternamente presenti al suo pensiero erano là che sorgevano su ciascuna piazza, su ciascun angolo di strada, su ciascun crocicchio di via. Giungendo all’estremità della strada di Noailles, nel vedere i viali di Meillan sentì le ginocchia piegarglisi, e poco mancò non cadesse sotto le ruote di una carrozza, finalmente giunse alla casa già abitata da suo padre. I nasturzi e le clematidi erano disparse dalla pergola, ove altra volta la mano tremante del vecchio le trapiantava con cura. Dantès si appoggiò contro un albero, e per qualche tempo restò pensieroso riguardando gli ultimi piani di quell’umile e povera casa; finalmente si avanzò verso la porta, ne superò il limitare, e domandò se vi fosse un alloggio vuoto, e tanto insistè per visitare il quinto piano, che quantunque questo fosse occupato, il portinaro salì e domandò per parte di uno straniero alle persone che lo abitavano il permesso di vedere le due camere di cui si componeva.

Occupavano questo piccolo appartamento un giovine ed una giovane maritati da otto giorni soltanto. Vedendo questi giovani sposi Dantès mandò un profondo sospiro. Del rimanente però nulla più v’era che gli richiamasse alla memoria l’appartamento di suo padre: non v’era più la stessa carta sulle pareti, non più quei vecchi mobili, quegli amici dell’infanzia d’Edmondo, vivi al suo pensiero nei loro più piccoli particolari, tutto era cambiato. Non v’erano che le muraglie che fossero le stesse. Dantès si volse dalla parte del letto, che era nello stesso posto in cui lo teneva l’antico pigionale; suo malgrado gli occhi gli si bagnarono di lagrime: in questo posto il vecchio doveva aver reso l’ultimo sospiro nominando suo figlio. I due giovani guardavano con meraviglia quest’uomo dalla fronte severa, sulle guance del quale scorrevano due grosse lagrime senza che il viso si movesse. Ma come ogni dolore porta seco la sua religione, i giovani non fecero alcuna domanda allo sconosciuto; solo si ritirarono addietro per lasciarlo piangere a tutt’agio, e quando uscì, lo accompagnarono, dicendogli che poteva ritornare quando voleva, e che la loro povera casa gli sarebbe sempre stata ospitaliera.

Passando dal piano di sotto, Edmondo si fermò avanti un’altra porta, e domandò se abitava sempre lì un sartore chiamato Caderousse, ma il portinaro gli rispose che l’uomo di cui parlava avendo fatti cattivi affari, era andato ad abitare sulla strada da Bellegarde a Beaucaire, ove conduceva l’albergo del Ponte di Gard.

Dantès discese, domandò l’indirizzo del proprietario della casa sui viali di Meillan, andò da lui, fecesi annunziare sotto il nome di lord Wilmor (nome e titolo che stavano scritti sul passaporto) e comprò quella piccola casa per la somma di 25mila fr. il che era almeno 10mila fr. più di quel che valeva, ma Dantès, se gli avessero chiesto mezzo milione, lo avrebbe pagato. Lo stesso giorno i giovani che abitavano il quinto piano furono prevenuti dal notaro che aveva stipulato il contratto, che il nuovo proprietario concedeva loro la scelta di un altro appartamento in tutta la casa, senza aumentare in verun modo di pigione, a condizione che cedessero le due camere che occupavano. Questo strano avvenimento fu materia di discorsi per più di otto giorni a quanti erano soliti di frequentare i viali di Meillan, e fece fare mille congetture, di cui neppur una fu esatta. Ma ciò che più di tutto imbrogliò i cervelli, e turbò tutti gli spiriti, fu di vedere nella stessa sera quel medesimo uomo, che la mattina era stato veduto entrare nella casa dei viali di Meillan, passeggiare nel piccolo villaggio dei Catalani, ed entrare in una povera casa di pescatori, ove restò più di due ore a domandar notizie d’individui parte morti, parte da più anni disparsi. La dimane le persone, presso le quali egli era entrato per fare tutte queste domande, ricevettero in dono una nuovissima barca catalana, guernita di due scorticarie e di altre reti da pescare; questa brava gente avrebbe voluto ringraziare il generoso interrogatore, ma avevano veduto, che dopo avere egli dato alcuni ordini ad un marinaio, era montato a cavallo ed uscito da Marsiglia per la porta di Aix.

XXVI. — L’ALBERGO DEL PONTE DI GARD.

Coloro che hanno percorso a piedi il mezzogiorno della Francia avranno potuto notare fra Bellegarde e Beaucaire, circa a mezza strada dal villaggio alla città, ma pure un po’ più presso a Beaucaire che a Bellegarde, un piccolo albergo, fuori del quale sta appesa una tavola che stride al più piccolo vento, e su cui è grottescamente dipinto il Ponte di Gard. Questo piccolo albergo, prendendo per direzione il corso del Rodano, è situato dalla parte sinistra della strada, voltando le spalle al fiume; vi è unito ciò che nella Linguadoca vien chiamato giardino, vale a dire che il lato opposto a quello che tiene aperta la porta ai viaggiatori, porge sopra un recinto chiuso su cui vegetano alcuni ulivi, qualche fico selvaggio, colle foglie inargentate dalla polvere della strada; fra i loro intervalli nascono, invece di legumi, il pepe d’India, le cipolline, e lo zafferano; finalmente in uno degli angoli, come una sentinella dimenticata, cresce un gran girasole, lanciando in alto il suo fusto malinconico e flessibile, ed aprendo a ventaglio la cima. Tutti questi alberi grandi e piccoli sono tutti piegati nella direzione del maestrale, uno dei tre flagelli della Provenza. Qua e là sulla circostante pianura, che rassomiglia ad un gran lago di polvere, vegetano alcune spighe di frumento che gli ortolani del paese coltivano senza dubbio per curiosità, e ciascuna delle quali serve di ricovero ad una cicala che perseguita col suo canto aspro e monotono il viaggiatore perdutosi in questa Tebaide. Da sette o otto anni circa questo piccolo albergo era condotto da un uomo ed una donna che avevano per soli domestici una cameriera chiamata Trinetta ed uno stalliere che rispondeva al nome di Pacaud, doppia cooperazione, che del resto era più che sufficiente ai bisogni del servizio, dappoichè un canale scavato fra Beaucaire e Aigues-mortes aveva fatto sostituire vittoriosamente i battelli ai barrocci, e le barche alle diligenze. Questo canale, come per rendere più vivi i dispiaceri dei disgraziati albergatori che rovinava, passava fra il Rodano che lo alimenta, e la strada che lo dissecca, a cento passi circa dall’albergo di cui abbiamo dato una breve ma fedele descrizione. Non dimentichiamo un cane, vecchio guardiano per la notte e che abbaiava ciò nonostante contro i passeggieri così nel giorno come fra le tenebre, tanto aveva perduto poco alla volta l’abitudine di vedere viaggiatori.

Il conduttore di questo piccolo albergo era un uomo dai 40 ai 42 anni, grande, secco e nerboruto, vero tipo meridionale, cogli occhi infossati e vivaci, col naso a becco d’aquila e i denti bianchi come quelli di un animale carnivoro. I capelli che sembravano, ad onta dei primi soffi dell’età, non potersi risolvere a diventar bianchi, erano come la barba, che portava lunga e ad uso di collare, fitti, crespi e appena sparsi di qualche pelo grigio: il colorito naturalmente scuro era ricoperto ancora da una nuova patina nerastra, presa dall’abitudine che aveva il povero diavolo, di starsi dalla mattina alla sera sul limitare della porta, per vedere se o a piedi, o in carrozza giungeva qualche avventore, aspettativa, che quasi sempre andava perduta, e durante la quale egli non opponeva alcun preservativo all’azione dei raggi divoratori del sole sul suo viso, fuorchè un fazzoletto rosso annodato sulla testa secondo il costume dei mulattieri spagnuoli. Quest’uomo è un’antica nostra conoscenza, è Gaspero Caderousse. Sua moglie al contrario, che nubile si chiamava Maddalena Radelle, era una donna pallida, magra e malaticcia. Nata nei contorni d’Arles aveva veduto, conservando tutte le tracce primitive della bellezza tradizionale delle sue compatriotte, il suo viso scomporsi lentamente negli accessi quasi continui di una di quelle febbri sorde, tanto comuni alle popolazioni vicine agli stagni di Aigues-mortes ed alle paludi della Camargue. Ella stava adunque quasi sempre seduta e tremante nel fondo della sua camera situata al primo piano, o stesa sur un sofà, o appoggiata contro il letto, mentre che suo marito faceva la guardia consueta alla porta della casa, fazione che egli prolungava tanto più volentieri, in quanto che ogni volta che si accostava alla sua aspra metà, questa lo perseguitava con eterne lagnanze contro la sorte, alle quali suo marito non rispondeva d’ordinario che con queste filosofiche parole:

— Taci là, Carconta! Dio vuole così!

Questo soprannome era dato a Maddalena Radelle, perchè era nata nel piccolo villaggio della Carconta, posto fra Salon e Lambèse. Or secondo un costume del paese, le persone vengono quasi sempre chiamate con un soprannome, e suo marito aveva sostituito questo vocabolo alla parola Maddalena troppo dolce, e forse poco sonora pel suo rozzo linguaggio. Però ad onta di questa pretesa rassegnazione ai decreti della Provvidenza, non si creda che il nostro albergatore non sentisse profondamente lo stato deplorabile in cui lo aveva ridotto quel miserabile canale di Beaucaire, e che egli fosse invulnerabile alle incessanti lamentazioni con cui lo perseguitava sua moglie. Era, come tutti i meridionali, un uomo moderato e senza grandi bisogni, ma pieno di vanità per tutte le cose esteriori. Per tal modo nei tempi della sua prosperità, non lasciava mai passare nè una festa di villaggio, nè una processione senza farvisi vedere con la sua Carconta; l’uno col suo costume pittoresco degli uomini del mezzogiorno, e che partecipa ad un tempo del catalano e dell’andaluso, l’altra col grazioso abito delle donne d’Arles, che sembra preso dalla Grecia e dall’Arabia. Ma un poco per volta, catene da orologio, collane, cinture a mille colori, giubbe gallonate, vesti di velluto, calze ricamate, ghette variopinte, scarpe con fibbie d’argento erano sparite; e Gaspero Caderousse, non potendo più farsi vedere nell’altezza del suo passato splendore, aveva rinunciato per sè e per sua moglie a tutte queste pompe mondane, di cui sentiva, rodendosi sordamente il cuore, i festevoli rumori fino sulla soglia del suo povero albergo, che continuava a conservare ancora più come un ricovero che come una speculazione. Caderousse, secondo la sua abitudine, erasi fermato una gran parte della mattina avanti la porta, girando lo sguardo malinconico da una piccola zolla intorno a cui erano alcune galline, alle due estremità della strada deserta che si perdevano una al mezzogiorno e l’altra al nord; quando d’improvviso la voce aspra di sua moglie lo costrinse ad abbandonare il posto. Egli rientrò brontolando e salì al primo piano, lasciando però sempre aperta e spalancata la porta, come per invitare i viaggiatori a non dimenticarlo passando.

Nel momento che Caderousse entrava, la grande strada di cui abbiamo parlato, e che veniva percorsa dal suo sguardo, era nuda, e solitaria quanto il deserto, dalla parte di mezzogiorno: si estendeva bianca ed infinita fra due file d’alberi sottili, e si comprenderà facilmente che nessun viaggiatore libero di scegliere un’altra ora del giorno si sarebbe avventurato in questo spaventevole Sahara. Ciò non ostante, contro tutte le probabilità, se Caderousse fosse rimasto al suo posto avrebbe potuto scorgere dalla parte di Bellegarde, un cavaliere ed un cavallo camminare con quell’andamento cortese ed amichevole che indica le migliori relazioni fra l’uomo e l’animale; il cavallo era di razza ungherese, e andava comodamente al trotto; il cavaliere era un prete vestito di nero col cappello a tre angoli. Ad onta dell’eccessivo calore d’un sole ardente nell’ora del mezzogiorno, essi non andavano che di un trotto molto regolato. Questo gruppo, giunto dinanzi alla porta, si fermò.