— Io vi ascolto, disse l’abate.

— Aspettate, riprese Caderousse, potremmo essere interrotti nel punto più importante, e sarebbe disgradevole; d’altra parte è inutile che si sappia, che voi siete venuto qui. — Andò alla porta dell’albergo che chiuse, e per maggior cautela vi mise la sbarra della notte. In questo intervallo l’abate scelse il posto per ascoltare a suo bell’agio; si assise in un angolo in modo da rimanere nell’ombra, mentre che la luce sarebbe caduta pienamente sul viso del suo interlocutore. In quanto a lui colla testa inclinata, le mani giunte o piuttosto serrate, si preparava ad ascoltare attentamente.

Caderousse avvicinò uno sgabello, e si assise in faccia all’abate.

— Sovvienti che io non ti ho spinto a nulla, disse la voce tremolante della Carconta, come se, attraverso al pavimento, avesse potuto vedere la scena che si stava preparando.

— Sta bene, sta bene, disse Caderousse; non ne parliamo più; prendo tutto su di me. — E incominciò così.

XXVII. — IL RACCONTO.

— Prima di tutto, disse Caderousse, debbo pregarvi di promettermi una cosa.

— E quale? domandò l’abate.

— Che non si saprà mai che io vi ho dato questi particolari, in caso che aveste bisogno di farne qualche uso; perchè quelli di cui sto per parlarvi sono ricchi e potenti, e se avessero a toccarmi ancora colla sola punta di un dito mi stritolerebbero come vetro.

— State tranquillo, mio buon amico, vi assicuro sul mio carattere che le vostre parole moriranno nel mio seno. Ricordatevi che non abbiamo altro scopo che di eseguire degnamente le ultime volontà del nostro amico. Parlate adunque senza riguardi e senza prevenzione di odio; dite la verità tutta intera. Io non conosco, e forse non conoscerò mai le persone di cui siete per parlarmi; d’altra parte sono italiano e non francese, e dopo compite l’ultime volontà di un moribondo ritorno in patria.