— E perchè su noi quattro? domandò la Carconta.

— Perchè voi siete i quattro amici d’Edmondo.

— Non sono amici coloro che tradiscono, mormorò sottovoce a sua volta la donna. — Sì, sì, disse Caderousse, e ciò diceva anch’io. È quasi una profanazione, quasi un sacrilegio, il dare una ricompensa al tradimento e fors’anche al delitto. — Siete voi che lo volete, rispose tranquillamente l’abate, rimettendo il diamante nella tasca della sottana; ora datemi l’indirizzo degli amici di Edmondo affinchè io possa eseguire le sue ultime volontà.

Il sudore colava a grosse gocce dalla fronte di Caderousse; egli vide l’abate alzarsi, e dirigersi verso la porta, come per dare un’occhiata d’avviso al cavallo e ritornare. Caderousse e sua moglie si guardavano con una espressione indicibile. — Il diamante sarebbe tutto nostro... per intero! disse Caderousse. — Lo credi tu, rispose la donna. — Un uomo del suo sacro carattere non vorrà ingannarci. — Fa come vuoi, disse la donna: in quanto a me, non me ne mischio. — E tutta tremante, riprese la via delle scale, i denti le battevano, ad onta che facesse un caldo ardente. Sull’ultimo scalino si fermò un momento:

— Rifletteteci bene, Gaspero, diss’ella.

— Io sono risoluto, rispose Caderousse. — La Carconta rientrò sospirando nella sua camera: il piancito si sentì stridere sotto i suoi passi fino a che ebbe raggiunto il sofà sul quale cadde assisa come un corpo morto.

— A che siete voi risoluto? domandò l’abate.

— A dirvi tutto, rispose Caderousse.

— In verità, credo che sia ciò che vi ha di meglio a farsi; non che io abbia alcuna importanza a saper cose che voi vorreste nascondere, ma finalmente, se potreste condurmi a distribuire i legati secondo i voti del testatore, ciò sarebbe molto meglio.

— Lo spero, rispose Caderousse con le guance infiammate dal rossore della speranza e della cupidigia.