— Sapete voi, disse Franz, che mi viene la volontà di giudicare da me stesso quanto vi ha di vero nell’esagerazione dei vostri elogi?
— Giudicatene da voi stesso; ma non chiamatevi soddisfatto di un primo esperimento. Come in tutte le altre cose bisogna abituare i sensi ad una nuova impressione, sia essa dolce o violenta, sia triste o gioconda. Vi è una lotta della natura contro questa portentosa sostanza, della natura che non è fatta per la gioia, e che si avviticchia al dolore. Bisogna che la natura vinta soccomba nel conflitto; bisogna che la realtà succeda al sogno, e allora il sogno regna come padrone, allora è il sogno che addiventa la vita, e la vita diviene il sogno; ma qual differenza in questa trasfigurazione! vale a dire che paragonando i dolori dell’esistenza reale ai godimenti della fittizia, non vorrete più vivere, ma vorrete sempre sognare. Quando lascerete il vostro mondo per passare nel mondo degli altri, vi sembrerà di passare ad una primavera napoletana, ad un inverno della Lapponia. Vi sembrerà lasciare l’Eden per la terra, il cielo per l’inferno. Gustate dell’hatchis, mio caro, gustatene! — Per tutta risposta Franz prese un cucchiaio di questa pasta maravigliosa misurato sulla quantità che ne aveva presa il suo Anfitrione, e lo portò alla bocca.
— Diavolo, diss’egli dopo avere inghiottita questa pasta divina, io non so se il resultato sarà aggradevole quanto voi dite, ma la sostanza non mi sembra tanto saporosa quanto l’affermavate.
— Perchè le papille del vostro palato non sono ancora adatte alla sublimità della sostanza che gustano. Ditemi, la prima volta che gustaste le ostriche, il thè, il porter, i tartufi, le assaporaste voi con tanto piacere quanto ne aveste poi in seguilo? comprendereste voi il piacere che provavano i Romani nel condire i fagiani coll’assa fetida, ed i chinesi che mangiano i nidi delle rondinelle? eh! mio Dio, no. Ebbene! accade lo stesso dell’hatchis: mangiatene soltanto otto giorni di seguito, e poi, nessun nutrimento al mondo vi sembrerà della squisitezza di questo che in oggi vi sembra forse fetido, e nauseante. Ma ora passiamo nella camera vicina, e Alì ci servirà il caffè, e ci darà la pipa.
Tutti e due si alzarono, e mentre che quello cui si è dato il nome di Sindbad, e da noi così chiamato per avere una denominazione qualunque onde distinguerlo dal suo convitato, dava alcuni ordini al suo domestico, Franz entrò nella camera attigua. Questa era arredata più semplicemente quantunque non meno riccamente; di forma rotonda, ed un gran divano le girava intorno. Ma il divano, i muri, il soffitto, e il pavimento erano tutti ricoperti di magnifiche pelli lisce e morbide come il più morbido tappeto, erano pelli di leoni d’Atlas dalle possenti criniere, pelli di tigri del Bengal dalle calde righe, pelli di pantere del Capo, macchiate scherzosamente come quella che apparve a Dante; finalmente pelli d’orsi della Siberia, e di volpi della Norvegia, e tutte gettate in profusione le une sulle altre dimodochè si sarebbe creduto di camminare su i prati più fioriti, e di riposare su i letti più soffici. Tutti e due si stesero sopra i divani, una quantità di pipe colle canne di gelsomino e le imboccature d’ambra erano alla portata della mano, e già preparate affinchè non si avesse la noia di fumare due volte nella stessa: ne presero una per ciascuno. Alì le accese, ed uscì per andare a prendere il caffè.
Fuvvi un poco di silenzio, durante il quale Sindbad si lasciò trasportare dai pensieri che sembrava l’occupassero senza posa anche in mezzo alla sua conversazione, e Franz si abbandonò a quella muta esaltazione nella quale cadesi quasi sempre fumando eccellente tabacco, che sembra portar via colla fumata tutte le pene dello spirito, e rendere al fumatore in loro vece tutti i sogni dell’anima. Alì portò il caffè. — Come lo prendete? disse l’incognito; alla francese o alla turca, forte o leggiero, col zucchero o senza, filtrato o bollito? scegliete; ve n’è del preparato in tutti i modi.
— Lo prenderò alla turca, disse Franz.
— E avete ragione: ciò prova che avete delle disposizioni per la vita orientale. Ah! gli orientali, sono i soli che sappiano vivere. In quanto a me, soggiunse egli, con un di quei sorrisi singolari che non sfuggono ad un giovine, quando avrò finiti i miei affari a Parigi, andrò a morire in Oriente, e se vorrete ritrovarmi bisognerà che mi cerchiate o al Cairo, o a Bagdad, o a Ispahan.
— In fede mia, disse Franz, questa sarà la cosa più facile del mondo, perchè sembrami che mi spuntino le ali d’aquila, e con queste farei il giro del mondo in 24 ore.
— Ah! Ah! è l’hatchis che opera; ebbene! aprite le ali, e volatevene nelle regioni sovrumane; non temete, vegliasi su voi, e se, come quelle d’Icaro, le vostre ali si liquefanno al sole, noi siamo qui per ricevervi. — Di poi disse qualche parola araba ad Alì, che fece un segno d’obbedienza, e si ritirò, ma senza allontanarsi. In quanto a Franz, una strana trasformazione si operava in lui: tutta la fatica fisica della giornata, tutta la preoccupazione di spirito che avevano fatta nascere gli avvenimenti della sera, sparivano come in un primo momento di riposo in cui si vive abbastanza per sentire che il sonno viene. Sembrava che il corpo acquistasse una leggerezza fuori del materiale, lo spirito s’illuminasse in un modo inaudito, i suoi sensi sembravano raddoppiare le loro facoltà. L’orizzonte si allargava, ma non più questo orizzonte cupo sul quale si spiega un vago terrore, e che aveva osservato prima del suo sonno, ma un orizzonte azzurro, trasparente, vasto, con tutto ciò che il mare ha di bello, che il sole ha di raggi, che la brezza ha di profumo; quindi in mezzo al canto dei suoi marinari, canto sì limpido, e sì chiaro che se ne sarebbe fatto un’armonia celeste se si fosse potuto notare, egli vedeva comparire l’isola di Monte-Cristo, non più come uno scoglio minaccioso sui flutti, ma come un’oasi perduta nel deserto; poi a seconda che la barca s’avvicinava, i canti divenivano più numerosi, poichè un’armonia incantatrice e misteriosa saliva da quest’isola al cielo, come se qualche fata come Lorelay, o qualche mago come Amfione avesse voluto attirarvi qualche spirito, o fabbricarvi una città. Finalmente la barca toccò la riva, ma senza scossa, nella stessa guisa che le labbra toccano le labbra, e sembrò a Franz di entrare nella grotta senza che cessasse questa incantevole musica; discese, o meglio gli sembrò discendere qualche scalino respirando un’aria fresca ed imbalsamata come quella che deve circondare l’isola di Circe, composta di tanti profumi da far andar in estasi, di ardori tali, che fanno bruciare i sensi, e rivide tutto ciò che aveva veduto prima del sogno, cominciando dall’ospite fantastico Sindbad fino ad Alì il muto servitore; poi gli sembrò che tutto si cancellasse, e si confondesse sotto i suoi occhi come le ultime ombre di una lanterna magica che si spenga, e si ritrovò nella camera delle statue, illuminata soltanto da una di quelle lampade antiche e pallide che ardono nel mezzo della notte sul sonno della voluttà.