Erano bene le stesse statue belle per le forme, e per la poesia, cogli occhi magnetici, coi capelli abbondanti; erano Frine, Cleopatra, Messalina, le tre donne più celebri per la loro dissolutezza; poi nel mezzo di queste s’introduceva una di quelle ombre calme, una di quelle visioni dolci che sembrano coprir di un velo i propri occhi verginali rimpetto a queste impurità del marmo. Allora gli sembrò che queste tre statue avessero riuniti i loro amori per un sol uomo e che questi fosse lui; che si avvicinassero ove egli faceva un secondo sogno, coi piedi coperti dalle loro lunghe, e bianche tonache, coi capelli cadenti ad onde, con una di quelle attitudini irresistibili, con uno di quei sguardi inflessibili e ardenti pari a quello che vibra il serpente all’uccello, e che egli si abbandonasse a quei sguardi, dolorosi come un laccio, voluttuosi come un bacio. Sembrò a Franz di chiudere gli occhi, e attraverso l’ultimo sguardo che aveva girato intorno a sè travedere la statua pudica che si velava interamente; quindi, i suoi occhi chiusi alle cose reali, i suoi sensi si aprirono alle impressioni impossibili. Allora, per Franz che subiva la prima volta l’impero dell’hatchis, fu una voluttà, un amore come quello che prometteva il Vecchio della Montagna ai suoi seguaci.
XXXII. — RISVEGLIAMENTO.
Allorchè Franz ritornò in sè, gli oggetti esteriori sembrarongli una seconda parte del suo sogno; si credè in un sepolcro ove a stento penetrava appena un raggio di sole, a guisa di uno sguardo di pietà; stese la mano, e sentì del marmo; si mise a sedere, e si trovò avvolto nel mantello sopra un letto di zolle secche molto molli ed odorifere. Tutta la visione era sparita; e, come se le statue non fossero state che ombre uscite dai sepolcri durante il suo sogno, erano disparse al suo svegliarsi. Fece qualche passo verso il punto di dove veniva la luce; e da tutta l’agitazione del sonno succedeva la calma della realtà. Videsi in una grotta, si avanzò dalla parte dell’apertura, ed attraverso la porta centinata, scoprì un bel cielo blu, ed un mare azzurro. L’aria e l’acqua rispondevano ai raggi del sole mattutino; i marinari erano assisi sulla riva, discorrendo, e ridendo; alla distanza di dieci passi la barca ondeggiava sul mare trattenuta dall’ancora. Allora egli gustò per qualche tempo quella fresca brezza che passavagli sulla fronte; ascoltò il debole rumore dell’onda che moriva sulla spiaggia lasciando sulle rocce un contorno di schiuma bianca come l’argento; si lasciò andare senza riflettere, senza pensare, a quell’incanto celeste che hanno le cose della natura particolarmente quando si esce da un sogno fantastico: poi un poco alla volta la vita esterna così pacifica, così grande, gli ricordò la inverisimiglianza del suo sogno, ed i trascorsi fatti cominciarono a rientrare nella sua memoria. Si sovvenne dell’arrivo nell’isola, del modo con cui fu presentato al capo dei contrabbandieri, del palazzo sotterraneo pieno di splendore, dell’eccellente cena, e del cucchiaio di hatchis. Solo, in faccia a questa realtà, e in pieno giorno, gli sembrò che fosse almeno un anno che tali cose fossero avvenute, tanto il sogno che aveva fatto si era impresso nel suo pensiero, e aveva preso forza nel suo spirito. Per tal modo a quando a quando la sua immaginazione faceva apparire in mezzo ai marinari, o traversare uno scoglio, o librarsi sulla barca, una di quelle ombre che avevano ricolma la sua notte di sguardi e di baci. Del rimanente egli aveva la testa del tutto libera, e il corpo perfettamente riposato; non alcuna pesantezza nel cervello; che anzi al contrario risentiva un certo benessere generale, ed attraenza maggiore a godere dell’aria e del sole. Si avvicinò adunque con ilarità ai marinari. Come lo videro essi si alzarono, ed il padrone si avvicinò a lui. — Il sig. Sindbad, gli disse, ci ha incaricati dei suoi complimenti per V. E., e ci ha detto di esprimervi il dispiacere che ha di non potere prendere congedo di persona, ma spera che lo scuserete quando saprete che un affare importantissimo lo ha chiamato a Malaga.
— È dunque vero, mio caro Gaetano, disse Franz, tutto ciò che mi è accaduto? esiste in realtà un uomo che mi ha offerta un’ospitalità regale, e che è partito durante il mio sonno?
— È tanto vero, che potete vedere là il suo piccolo yacht che si allontana a vele gonfie, e se volete prendere il cannocchiale potrete scorgere probabilmente il vostro ospite in mezzo al suo equipaggio. — Dicendo queste parole Gaetano stendeva il braccio nella direzione di un piccolo bastimento che faceva vela verso la punta meridionale della Corsica. Franz prese un piccolo cannocchiale, lo mise al punto della sua vista, e lo diresse verso il luogo indicato. Gaetano non s’ingannava; sulla poppa del bastimento vedeva il misterioso suo ospite, che ritto, e voltato dalla sua parte teneva egli pure il cannocchiale puntato verso di lui. Egli era vestito collo stesso costume con cui era apparso la sera innanzi al suo convitato, e come s’accorse di essere guardato agitò il fazzoletto in segno di addio. Franz resegli il saluto, e cavando egli pure il fazzoletto lo agitava del pari. Dopo un minuto una piccola nube di fumo sorse a poppa del bastimento, si staccò graziosamente dal di dietro, e salì lentamente in alto, quindi una debole esplosione giunse fino a Franz.
— Sentite, sentite? disse Gaetano; eccolo là che vi dice addio. — Il giovine prese la carabina, e la scaricò in aria, ma senza speranza che il rumore potesse superare la distanza che separava il yacht dalla costa.
— Che comanda V. E.? disse Gaetano.
— Che procuriate di accender subito una torcia.
— Ah! sì, capisco, disse Gaetano, per cercare l’entrata dell’appartamento nascosto. Con molto piacere, eccellenza, se la cosa vi diverte, e vi darò subito la torcia che chiedete. Ma io pure ebbi la vostra idea, e per tre o quattro volte ho stancata la mia fantasia, ed ho finito per dovere rinunciarvi: Giovanni, soggiunse egli, accendi una torcia.
Giovanni obbedì, Franz prese la torcia, ed entrò nel sotterraneo seguito da Gaetano. Egli riconobbe il posto ove erasi svegliato, dal letto di zolle ancora tutto scomposto; ma non gli valse girare la torcia sopra tutta la superficie della grotta; non vide nulla, eccetto qualche traccia di fumo che manifestava che altri pure avevano tentata inutilmente la stessa investigazione. Ciò nonostante non lasciò un piede di quel muro di granito, impenetrabile come l’avvenire, senza esaminarlo. Egli non vide una screpolatura senza che v’introducesse la lama del coltello da caccia; non osservò alcun punto sporgere senza comprimerlo nella speranza che cedesse; ma tutto inutile, e senza alcun resultato perdè due ore in questa ricerca. Alfine rinunciò ad ogni ulteriore indagine. Gaetano trionfava. Quando Franz ritornò sulla spiaggia, il yacht non compariva più che come un punto bianco sull’orizzonte; ricorse al cannocchiale, ma anche con questo istrumento nulla distinse. Gaetano gli ricordò che era venuto per cacciare le capre, il che sembrava avesse dimenticato: prese il fucile, si mise a percorrere l’isola in quel modo che fa un uomo che compie un dovere invece di prendersi un diletto, e in capo ad un quarto d’ora aveva già ucciso una capra, e due capretti. Ma queste capre quantunque selvagge e fuggiasche come i camosci, avevano troppa rassomiglianza colle nostre capre domestiche, per cui Franz non le considerava come selvaggiume.