«Una ragazzina di sei in sette anni, cioè un poco più giovane di Vampa, era pur essa alla custodia delle pecore in una vicina tenuta, presso Palestrina: questa bambina era orfana, nata a Valmontone, e si chiamava Teresa. I due fanciulli s’incontravano, sedevano l’un presso all’altra, lasciavano le loro mandre mischiarsi e pascere insieme, discorrevano, ridevano, scherzavano; poi la sera separavano il gregge del conte San-Felice da quello del Barone Cervetri, e si lasciavano, promettendosi di ritrovarsi la dimane.
«La dimane infatto mantenevano la parola, e crescevano in età da una parte e dall’altra. Vampa compì i 12 anni, e Teresa gli undici. Frattanto i loro istinti naturali si sviluppavano. A lato del gusto per le arti, che Luigi aveva spinto tant’oltre quanto è permesso di poterlo fare nella solitudine, egli era ad intervalli triste, ardente a scosse, collerico per capriccio, burbero sempre. Nessuno dei giovani di Pampinara, di Palestrina e di Valmontone aveva potuto non solo prendere alcuna influenza su di lui, nè tampoco divenire suo compagno. Il suo temperamento assoluto e l’essere sempre disposto ad esigere, e non mai a lasciarsi piegare ad alcuna concessione, gli allontanava ogni movimento amichevole, ed ogni dimostrazione di simpatia. Teresa sola comandava con una parola, con un gesto, con uno sguardo a questa indole, che piegava sotto la mano di una donna, ma che sotto quella di un uomo si sarebbe irritata fino all’eccesso. Teresa al contrario era vivace, vispa e gaia, ma eccessivamente civetta; i due scudi che Luigi riceveva dall’intendente di San-Felice, il ricavato di tutti i piccoli lavori in intaglio che vendeva ai mercanti di giuocarelli in Roma, si tramutavano in pendenti di perle, in collane di cristallo, in spilli d’oro per la mercè di questa prodigalità del giovine amico. Teresa era la più bella e la più elegante di tutte le contadine delle vicinanze di Roma. I due giovani continuavano a crescere, passando le giornate insieme, e si abbandonavano senza opposizione a tutti gl’istinti primitivi della loro natura; così, nelle loro conversazioni, nei loro desideri, nei loro castelli in aria, Vampa si figurava sempre capitano di vascello, o generale, o governatore di una provincia: Teresa si vedeva ricca, vestita delle più belle stoffe, seguita da servitori in livrea; quindi quando essi avevano passata un’intera giornata a circondare il loro avvenire di questi folli e brillanti arabeschi, si separavano per ricondurre ciascuno la loro mandra alla stalla, ricadendo dall’altezza dei loro sogni alla umiliante realtà della loro condizione.
«Il giovine pastore disse un giorno all’intendente del conte, che aveva veduto un lupo uscir dalle montagne della Sabina e ronzare attorno al gregge. L’intendente gli dette un fucile; era ciò che ambiva Vampa. Questo fucile trovavasi ad avere per caso una eccellente canna di Brescia che mandava la palla come quella di una carabina inglese; l’incassatura soltanto era stata in qualche modo guastata dal conte mentre dava la caccia alla volpe, e per questo messo fra gli scarti. Ciò però non era di nessuna difficoltà per un intagliatore come Vampa. Egli esaminò la forma primitiva, calcolò ciò che bisognava cambiare per metterla in un migliore aspetto, fece un’altra incassatura zeppa di ornamenti così meravigliosi, che certamente avrebbe ritrovato a guadagnarvi una ventina di scudi, del solo incasso, se fosse venuto a venderlo in città. Ma si era astenuto dall’operar così; un fucile era stato da gran tempo il sogno del giovine. In tutti i paesi il primo bisogno che prova ogni cuor forte, ogni struttura possente, è quello di un’arma, che assicuri nello stesso tempo l’assalto e la difesa, e facendo terribile chi la porta, spesso lo fa pur anche divenir temuto. Da quel punto Vampa impiegò nell’esercizio del fucile tutti i momenti che gli rimanevano liberi: comprò della polvere e delle palle, e tutto gli serviva di bersaglio: il tronco di un olivo, triste, pallido, e cenerino, che vegeta sul declive delle montagne della Sabina; la volpe che nella sera usciva dalla tana per cominciare la caccia notturna; l’aquila che s’innalzava per l’aria. Ben presto diventò così valente, che Teresa, superato quel primo ribrezzo che le produceva sul principio la detonazione, si divertiva nel vedere il giovine compagno situare la palla ove aveva indicato, così giustamente, come se ve l’avesse gettata colla mano.
«Una sera, un lupo uscì effettivamente da un bosco vicino al quale i due giovani avevano l’abitudine di starsi; il lupo non aveva fatti dieci passi sulla pianura che già era morto; Vampa, altero di questo bel colpo, sel caricò sulle spalle e lo portò alla fattoria. Tutti questi particolari davano a Luigi una certa riputazione nei dintorni della fattoria: l’uomo superiore, in qualunque luogo si trovi si forma una clientela d’ammiratori. Nei luoghi circonvicini si parlava di questo giovine pastore come del più destro, del più forte, e del più bravo contadino che fosse a dieci leghe di circonferenza; e quantunque Teresa, in un circolo più esteso ancora, passasse per la più bella delle giovinette della Sabina, pure nessuno si arrischiava dirle una parola d’amore, perchè si sapeva amata da Vampa. E frattanto i due giovani non si erano mai detto che si amavano. Essi avevano vegetato l’uno accanto all’altro, come due alberi che uniscono le loro radici nel suolo, che intrecciano i loro rami nell’aria, il loro profumo nel cielo; soltanto era in loro lo stesso desiderio di vedersi; questo desiderio divenne bisogno, ed era per loro assai più facile il comprendere che cosa sia la morte, di quello che una separazione anche di un sol giorno. Teresa aveva allora 16 anni e Vampa 17.
«In quel tempo cominciavasi a parlar molto di una banda di briganti, che si ordinava sui monti Lepini. Il brigantaggio, per quante efficacissime misure siansi prese, non è stato mai affatto distrutto nelle nostre vicinanze. Qualche volta manca un capo, ma quando se ne presenta uno è difficile che manchi di una banda. Il celebre Cucumetto, circondato negli Abbruzzi, cacciato dal regno di Napoli ove sostenne una vera guerra, aveva traversato il Garigliano come Manfredi, ed era venuto fra Sonnino e Giuperno, a rifugiarsi sulle rive dell’Amasina, egli si occupava a riordinare una banda che avrebbe camminato sulle orme di Gasparone e di Decesaris, cui sperava ben presto di sorpassare. Molti giovanotti di Palestrina, di Frascati, e di Pampinara disparvero. Sulle prime si stette in pena sul loro conto, ma ben presto si seppe ch’erano andati a raggiungere la banda di Cucumetto. In capo a poco tempo Cucumetto diventò l’oggetto dell’attenzione generale. Venivano ovunque citati dei tratti di questo capo bandito di una estrema audacia, e di rivoltante brutalità.
«Le storie di ogni genere che si raccontavano di questo capo bandito, formavano spesso l’oggetto delle conversazioni di Luigi e di Teresa. La giovinetta tremava molto a questi racconti; ma Vampa la tranquillava battendo in terra il suo bel fucile che mandava così dritta la palla: poi, quando non era del tutto tranquilla, le faceva vedere un qualche corvo posato sopra una frasca secca di un albero, metteva il fucile alla guancia, premeva sul grilletto, e l’animale colpito cadeva ai piedi dell’albero. Frattanto il tempo passava, i due giovinetti avevano stabilito sposarsi quando Vampa avesse avuto 20 anni, Teresa 19. Erano orfani entrambi; entrambi non avevano altri permessi a chiedere che quello dei loro disegni sull’avvenire. S’intesero due o tre colpi di fucile, quindi un uomo uscì dal bosco presso al quale i due giovani erano soliti far pascolare i loro armenti, e corse verso di loro. Giunto alla portata della voce, gridò tutto ansante.
— Io sono inseguito, potete voi nascondermi?
«I due giovani riconobbero ben presto che il fuggitivo doveva essere un bandito: ma fra i banditi ed i paesani romani vi è una innata simpatia, che fa sì, che il secondo è sempre disposto a rendere servigio al primo. Vampa, senza dire una parola, corse ad una pietra che chiudeva l’ingresso di una grotta, scoprì quest’entrata tirando a sè la pietra, fece segno al fuggitivo di entrare in questo asilo sconosciuto a tutti, rimise la pietra tosto che fu entrato, e ritornò a sedersi vicino a Teresa. Quasi subito dopo, quattro carabinieri a cavallo comparvero sul confine del bosco. Tre sembravano essere alla ricerca del fuggitivo, il quarto trascinava pel collo un bandito prigioniero. Essi esplorarono il luogo con un colpo d’occhio, s’accorsero dei due giovani, accorsero di galoppo alla loro volta, e l’interrogarono; ma questi risposero che nulla avevano veduto.
«— È dispiacevole, disse il brigadiere, perchè quello che cerchiamo è il capo. — Cucumetto? non poterono fare a meno di gridare insieme Luigi e Teresa. — Sì, rispose il brigadiere, e siccome la sua testa porta la taglia di mille scudi romani, così voi ne avreste guadagnati 500 se ci aveste aiutati a prenderlo. — I due giovani si guardarono reciprocamente. Il brigadiere ebbe un raggio di speranza. 500 scudi romani fanno circa 3 mila fr.; e 3 mila fr. sono una fortuna per due poveri orfanelli che sono sul punto di maritarsi.
«— Sì, è dispiacevole, disse Vampa, ma non abbiamo veduto nessuno. — Allora i carabinieri percorsero il luogo in tutte le sue diverse direzioni, ma inutilmente: quindi successivamente disparvero. Allora Vampa andò a togliere la pietra, e Cucumetto uscì. Egli aveva veduto attraverso una fessura della porta di macigno i due giovani discorrere coi carabinieri; non aveva alcun dubbio sull’argomento della conversazione; aveva letto sul volto di Teresa e di Luigi l’inalterabile risoluzione di non consegnarlo; cavò di saccoccia una borsa d’oro per fargliene dono. Ma Vampa rialzò la testa con fierezza; quanto a Teresa i suoi occhi brillarono pensando a tutto ciò che ella potrebbe comprare di ricchi gioielli, e belli abiti con quella borsa d’oro.