— Che ne dite Alberto? è una bella cosa a 22 anni essersi già formata una riputazione, disse Franz.
— Sì certamente, alla sua età! Alessandro, Cesare e Napoleone non erano tanto avanti, e sì che questi hanno fatto dipoi qualche rumore nel mondo.
— E così, riprese Franz volgendosi all’albergatore, l’eroe di cui ora sentiremo la storia, non ha che 22 anni?
— Appena, come ebbi l’onore di dirvi.
— È grande o piccolo?
— Di mezzana persona, presso a poco come lei; disse l’albergatore designando Alberto.
— Grazie del paragone, disse quegli inchinandosi.
— Avanti, Pastrini, riprese Franz, sorridendo della suscettibilità del suo amico. E a qual classe della società appartiene?
— Era un semplice pastore, addetto alla fattoria del conte S. Felice situata fra Palestrina e il lago di Gabri: nacque a Pampinara e fino dall’età di 5 anni entrò al servizio del conte. Suo padre, pastore anch’esso in Anagni, possedeva una piccola mandra e viveva della lana dei montoni e del prodotto delle pecore che veniva a vendere a Roma. Fin da fanciullo il piccolo Vampa aveva un’indole strana. Un giorno, all’età di 7 anni, andò a ritrovare il curato di Palestrina, e lo pregò d’insegnargli a leggere. Era una cosa assai difficile, perchè il pastorello non poteva lasciare le pecore. Ma il buon curato andava tutti i giorni a dire la messa in un piccolo borgo, troppo povero e troppo poco considerevole per poter mantenervi un prete, e che, non avendo neppure un nome, era conosciuto sotto quello di Borgo. Egli offrì a Luigi di trovarsi sulla strada che percorreva nell’ora del ritorno, e di dargli così la lezione, prevenendolo che questa sarebbe stata corta, e che per conseguenza avrebbe dovuto applicarsi molto da sè per renderla profittevole. Il fanciullo accettò con gioia. Luigi conduceva tutti i giorni il gregge a pascolare sulla strada da Palestrina al Borgo; e la mattina alle nove il curato passava: il prete ed il fanciullo si sedevano sulla riva di un fosso, e il giovine pastorello prendeva la lezione sul breviario del curato. Il prete fece fare a Roma da un maestro di calligrafia tre esemplari di alfabeto, uno grande, uno mezzano e l’altro piccolo, e gli fece vedere, che imitando quegli esemplari sopra una pietra di lavagna, coll’aiuto di una punta di ferro, poteva imparare a scrivere: la sera stessa, quando ebbe rinchiuso il gregge nell’ovile, il piccolo Vampa corse dal fabbro ferraio di Palestrina, prese un grosso chiodo, lo arroventò, lo martellò, lo arrotondì, e ne formò una specie di stiletto antico: la dimane unì una quantità di pezzi di lavagna, e si mise all’opera. Dopo tre mesi egli sapeva scrivere.
«Il curato, meravigliato di questa profonda intelligenza, e ammirando tutta questa attitudine, gli fece regalo di parecchi quaderni di carta, di alcune penne, e di un temperino. Allora ebbe a fare un altro studio; ma uno studio ch’era ben poca cosa dopo il primo. Otto giorni dopo maneggiava la penna come prima lo stiletto. Il curato raccontò quest’aneddoto al conte di San-Felice, che volle vedere il pastorello, lo fece leggere e scrivere innanzi a sè, ordinò al suo intendente di farlo mangiare coi domestici, assegnandogli due scudi al mese. Con questo danaro Luigi comprò dei libri e delle matite. Di fatto egli applicava a tutti gli oggetti il suo spirito d’imitazione, e, a guisa di Giotto fanciullo, copiava sulle lavagne le pecore, gli alberi, le case. Poi colla punta del temperino cominciò a tagliare dei pezzi di legno, e a dar loro tutte le forme che voleva. Pinelli pure, l’artista popolare, aveva cominciato così.