«Tosto uno dei cavalieri si slanciò per invitare Teresa senza la quale era impossibile che si potesse fare la quadriglia, ma la giovinetta era di già sparita. Infatto Luigi non avrebbe avuta la forza di sopportare un secondo esperimento, e parte per persuasione, e parte per forza, aveva trascinato Teresa da un’altra parte del giardino. Teresa aveva ceduto suo malgrado; ma aveva veduto la figura scomposta del giovine, e capiva dal suo silenzio, interrotto da un fremito nervoso, che in lui passava qualche cosa di strano. Essa pure non era esente da un’interna agitazione; e quantunque non avesse fatto niente di male, comprendeva che Luigi avrebbe avuto ragione di farle dei rimproveri; su che? non lo sapeva; ma si accorgeva ciò nonostante che questi sarebbero stati ben meritati. Pur nulla meno, con gran sorpresa di Teresa, Luigi si stette muto, e durante il rimanente della sera le sue labbra non dissero più una parola. Solo, allorchè il freddo della notte avea costretti tutti gl’invitati a lasciare i giardini, e che le porte della villa furono chiuse per dar luogo alla festa interna, ricondusse alla sua casa Teresa, poi quand’ella fu entrata, le disse:
«— Teresa, che pensavi tu quando ballavi dirimpetto alla contessina di S. Felice?
«— Pensava, rispose la giovinetta con tutta la franchezza dell’animo suo, che io darei la metà della mia vita per essere abbigliata come lei.
«— E che ti diceva il tuo cavaliere?
«— Mi diceva che dipendeva soltanto da me, e che non dovevo dire che una parola per ottener questo.
«— Egli aveva ragione, rispose Luigi. Lo desideri tu così ardentemente come tu dici?
«— Sì.» — Ebbene! tu l’avrai.
«La giovinetta maravigliata, alzò la testa per interrogarlo, ma il suo viso era così tetro e così terribile, che la parola le si agghiacciò sulle labbra. D’altra parte dicendo queste parole Luigi si era allontanato. Teresa lo seguì con gli sguardi fra le tenebre fino a che ella potè scorgerlo. Poi quando fu sparito rientrò sospirando nella sua cameretta.
«Questa medesima notte accadde un grande avvenimento che fu giudicato il prodotto, senza alcun dubbio, della imprudenza di qualche servitore, che aveva usata negligenza nello spegnere i lumi: la villa S. Felice prese fuoco, precisamente dalla parte dell’appartamento della bella Carmela. Svegliata nel mezzo del sonno dalla luce delle fiamme, era saltata dal letto, si era inviluppata nella veste da camera, ed aveva tentato di fuggire dalla porta; ma il corridore pel quale abbisognava che passasse ere già tutto in preda all’incendio. Allora rientrò nella sua camera, chiamando ad alte grida soccorso, quando la sua finestra, posta a venti piedi dal suolo si aperse, un giovine contadino si slanciò nell’appartamento, la prese fra le braccia, e con una forza e destrezza sovrumana la trasportò sull’erba del prato ove rimase svenuta. Allorchè riprese l’uso dei sensi, il padre le era vicino, tutti i servitori la circondavano portando soccorsi. Un lato intero della villa fu bruciato; ma non premeva, poichè Carmela era sana e salva. Venne ovunque cercato il suo liberatore, ma questi non ricomparve più; fu domandato di lui a tutti, ma nessuno lo aveva veduto.
«Quanto a Carmela ella era così turbata che non lo aveva riconosciuto. Del rimanente, siccome il conte era immensamente ricco, se si eccettui il pericolo corso da Carmela, e che gli sembrò dal modo miracoloso con cui era stata salvata, piuttosto un novello favore della provvidenza che una disgrazia reale, fu ben poca cosa per lui la perdita di ciò che avevan consumato le fiamme.