— Allora, eccellenza, mi troverete nel momento del bisogno, come io avrò trovato voi; allora, foste ancora all’altra estremità del mondo, non avreste che a scrivermi: «fate questo» ed io lo farei sulla fede di...

— Zitto, disse lo sconosciuto, sento del romore.

— Sono viaggiatori che visitano il Colosseo.

— È inutile che ci trovino insieme. Queste spie di guide potrebbero riconoscervi, e per quanto sia onorevole la vostra relazione, pur nonostante se si sapesse che siamo uniti in amicizia, questo legame mi farebbe perdere non poco il mio credito. — E così, se voi avrete la grazia?...

— La finestra del mezzo avrà il tappeto bianco con una croce rossa. — Se non la ottenete....? — Tutte e tre le finestre saranno addobbate coi tappeti gialli. — E allora?... — Allora, menate il pugnale a vostro piacere, vi prometto di essere là per vedervi fare. — Addio, eccellenza; io conto sopra di voi, e voi contate sopra di me. — A queste parole il Trasteverino disparve per la scala, mentre che lo sconosciuto, coprendosi più che mai il viso col mantello, passò a due passi da Franz, e discese nell’arena per la gradinata esterna. Un minuto dopo, Franz intese il suo nome ripetersi sotto le volte: era Alberto che lo chiamava; egli aspettò per rispondere, che i due interlocutori si fossero allontanati, non avendo gran volontà che si sapesse da loro esservi stato un testimonio, il quale, se non aveva veduto i loro volti, non aveva però perduto una parola della loro conversazione; dieci minuti dopo, Franz percorreva la strada per andare alla piazza di Spagna ascoltando con una distrazione molto impertinente la dotta dissertazione che Alberto faceva, dietro la testimonianza di Plinio e Calpurnio, sulle reti guarnite di punte di ferro che impedivano agli animali feroci di slanciarsi sugli spettatori. Egli lo lasciò discorrere senza contradirlo; aveva troppa fretta di trovarsi solo, per pensare senza distrazione a quanto era avvenuto vicino a lui.

Di questi due uomini l’uno certamente era straniero, ed era la prima volta che lo vedeva e lo sentiva; ma non era così dell’altro, e quantunque Franz non ne avesse distinte le forme del viso, sempre nascoste nell’ombra o nel mantello, l’accento di questa voce lo aveva troppo colpito la prima volta che avevala intesa, perchè potesse mai più risuonare a lui vicino senza riconoscerla. Vi era particolarmente nelle intonazioni ironiche qualche cosa di stridulo e di metallico che lo aveva fatto rabbrividire fra le rovine del Colosseo, non meno che nella grotta di Monte-Cristo; per tal modo egli era ben convinto che questi non era se non che Sindbad il marinaro. In tutt’altra congiuntura, la curiosità che gli veniva inspirata da quest’uomo sarebbe stata sì grande, che egli sarebbesi fatto riconoscere; ma in questa occasione, la conversazione che aveva intesa era troppo intima per non essere trattenuto dal timore che una sua comparsa non sarebbe stata troppo gradita; egli avevalo adunque lasciato allontanare, come si è veduto, ma ripromettevasi, se lo avesse incontrato un’altra volta, di non lasciarsi sfuggire una seconda occasione come aveva fatto per la prima.

Franz era troppo preoccupato per potere dormire bene. La notte fu da lui impiegata a passare e ripassare nello spirito tutte le più minute particolarità che avevano relazione all’uomo della grotta, e allo sconosciuto del Colosseo, e che tendevano a formare uno stesso individuo di questi due personaggi; e più Franz ci pensava, più si convinceva della sua opinione. Egli si addormì sul far del giorno, per il che svegliossi molto tardi. Alberto, da vero parigino, aveva già prese le sue mire per la serata. Egli aveva mandato a cercare un palco al teatro Argentina. Franz aveva molte lettere da scrivere in Francia, e abbandonò la carrozza ad Alberto per tutta la giornata. Alle cinque questi ritornò; aveva già portate le lettere di raccomandazione, ricevuto inviti per tutte le conversazioni serali, e veduto Roma.

Un giorno era bastato ad Alberto per far tutto questo, ed aveva ancora avuto il tempo d’informarsi dell’opera che si cantava, e degli attori che la eseguivano. L’opera portava per titolo la Parisina; gli attori erano Coselli, Moriani, e la Spech. I nostri due giovani non erano disgraziati, come si vede: essi avrebbero intesa la musica di una delle migliori opere dell’Autore della Lucia di Lammermoor, cantata da tre artisti più rinomati d’Italia. Alberto non avea mai potuto abituarsi ai teatri oltramontani, nell’orchestra dei quali non è permesso d’andare e che non hanno nè palchi, nè logge scoperte; ciò era penoso per un uomo che avea il suo posto agl’Italiani, e nella loggia infernale all’Opera.

Ciò però non gl’impediva di vestirsi con acconciature tutte le volte che andava al teatro con Franz, tolette perdute, perchè, bisogna confessarlo a vergogna di uno dei rappresentanti più degni del nostro bonton, in quattro mesi che viaggiava l’Italia in tutti i sensi, non aveva avuta ancora alcuna avventura. Alberto qualche volta cercava di scherzare su questo argomento; ma nel fondo del cuore era grandemente mortificato, egli, Alberto Morcerf, uno dei giovani più scapati non aveva ancora fatta alcuna conquista. La cosa era ancor tanto più penosa, che, secondo l’abitudine modesta dei nostri cari compatriotti, Alberto era partito da Parigi con la ferina convinzione di avere in Italia il più felice successo, e di ritornare a formar la delizia del Baluardo di Gand col racconto delle sue buone avventure. Ahimè! non ne aveva avuta alcuna: le graziose contesse Genovesi, Fiorentine, e Napoletane si erano conservate pei loro mariti, pei loro amanti, ed Alberto aveva acquistata la crudele convinzione, che le Italiane sanno essere almeno fedeli: non voglio però dire che in Italia, come in ogni altro luogo, non vi sieno le loro eccezioni. Eppure Alberto non era solo un cavaliere molto elegante, ma aveva ancor dello spirito; più, era visconte, visconte di nobiltà recente, ciò è vero; ma oggi che non si fanno più le prove, che importa, che la propria nobiltà porti la data del 1399, o del 1815? Oltre a tutto ciò egli avea 50 mila lire di rendita; e questo è molto più di quanto bisogna, come si vede, per essere un giovine alla moda in Parigi. Era dunque un poco umiliante il non essere stato ancora seriamente osservato da alcuna signora nelle città in cui aveva soggiornato.

Ma egli avea stabilito di rivendicarsi nel carnevale, essendo questo un tempo di libertà in tutti i paesi della terra in cui è introdotta questa istituzione, e nella quale anche i più stoici cadono in qualche follia.