Ora, siccome il carnevale si apriva la dimane, era necessario che Alberto facesse conoscere il suo programma prima di quest’apertura.
Alberto adunque, con questa idea, aveva preso in fitto uno dei palchi più esposti al teatro, e prima di portarvisi fece una toletta irreprensibile. Era al primo ordine, che tien luogo della galleria in Francia, del resto però le tre prime file di palchi sono egualmente ed indistintamente aristocratiche, e per questo si chiamano gli ordini nobili. Questo palco nel quale si poteva stare in dodici senza pigiarsi, era costato molto meno che non sarebbero costati quattro posti in una loggia all’Ambigu. Alberto aveva ancora un’altra speranza, ed era, che se giungeva a prendere un posto nel cuore di qualche bella romana, ciò lo avrebbe naturalmente condotto puranche a conquistare un posto nella carrozza, e per conseguenza a vedere il corso dall’alto di una carrozza aristocratica, e da una finestra principesca.
Tutte queste considerazioni lo rendevano dunque di una estrema mobilità. Egli volgeva le spalle agli attori, sporgeva per metà fuori del palco, guardando tutte le più belle donne con un cannocchiale lungo sei pollici, cosa che non invitava alcuna signora a ricompensare di un solo sguardo, anche di semplice curiosità, tutti i movimenti che si dava Alberto. Di fatto ciascuna parlava dei suoi affari, dei suoi piaceri, del carnevale che cominciava la dimane, senza fare attenzione nè agli attori, nè alla musica, ad eccezione dei migliori motivi, chè allora ciascuno si volgeva verso il palco scenico, sia per sentire un recitativo di Coselli, sia per applaudire a qualche bella nota del Moriani, sia per gridare bravo alla Spech. Indi le particolari conversazioni riprendevano il loro corso abituale. Verso la fine del secondo atto si aprì la porta di un palco rimasto vuoto fino allora, e Franz vide entrarvi una persona alla quale egli aveva avuto l’onore di essere stato presentato a Parigi e che credeva ancora in Francia. Alberto vide il movimento che fece il suo amico a questa comparsa, e volgendosi a lui:
— Conoscete forse quella signora? diss’egli.
— Sì, che ve ne pare? — Graziosa, mio caro, e bionda. Oh! che capelli adorabili! È una francese? Come si chiama? — La Contessa G***.
— Oh! io la conosco di nome, esclamò Alberto; dicono che sia tanto spiritosa quanto è bella. Per bacco! avrei potuto farmi presentare a lei a Parigi all’ultimo ballo della de Villefort, ov’era, e non la ho curata, sono un gran stupido!
— Volete che io ripari a questo torto? domandò Franz.
— Come! voi la conoscete con abbastanza intimità per presentarmi nel suo palco? — Io non ho avuto l’onore che di parlarle tre o quattro volte in mia vita, ma a tutto rigore ciò basta per non commettere una inconvenienza.
In questo momento la contessa riconobbe Franz, e colla mano gli fece un saluto grazioso, al quale egli rispose con un rispettoso inchino di testa. — Ma mi sembra che siate molto nelle sue grazie? disse Alberto.
— Ebbene! ecco ciò che v’inganna, e che a noi francesi farà fare sempre mille sciocchezze all’estero; ed è di sottomettere tutto ai nostri punti di vista parigini. Nella Spagna, e soprattutto in Italia, non giudicate mai della intimità delle persone sulla libertà dei rapporti. Noi ci siamo trovati simpatici colla contessa, ed ecco tutto.