E disparve da una porta.
Al momento in cui questa si aprì, il suono di una guzla giunse fino ai due amici, ma si estinse subito; la porta, richiusa quasi nello stesso momento che fu aperta, non aveva lasciato passare nel salone che, per così dire, una buffata d’armonia. Franz ed Alberto si cambiarono uno sguardo, e tornarono a volgere la loro attenzione sui mobili, sui quadri e sulle armi. A questa seconda ispezione tutto sembrò loro ancor più magnifico che alla prima.
— Ebbene! domandò Franz al suo amico, che ne dite?
— In fede mia, mio caro, dico che bisogna che il nostro vicino sia un qualche agente di cambio che ha giuocato sui ribassi dei fondi spagnuoli, o qualche principe che viaggia in incognito. — Zitto, gli disse Franz, questo è ciò che sapremo in breve, poichè eccolo.
Infatto il rumore di una porta che girava sui cardini si fe’ sentire ai visitatori, e quasi subito fu alzata una portiera che lasciò passare il proprietario di tutte queste ricchezze.
Alberto gli andò incontro, ma Franz rimase al suo posto.
Quegli che entrava era infatto l’uomo dal mantello scuro del Colosseo, lo sconosciuto del palco, l’ospite misterioso di Monte-Cristo.
XXXV. — IL PATIBOLO.
— Signori, disse entrando il Conte di Monte-Cristo, abbiate le mie scuse per essermi lasciato prevenire; ma avrei avuto timore di essere indiscreto venendo più presto da voi. D’altra parte mi avevate fatto dire che sareste venuti, ed io mi sono trattenuto a vostra disposizione.
— Franz ed io dobbiamo farvi mille ringraziamenti, sig. conte, disse Alberto; voi ci avete tolti da un grande impaccio, e noi stavamo per inventare un qualche veicolo fantastico al momento che ci mandaste il vostro grazioso invito.