Frattanto il tempo passava, erano le nove, e Franz si disponeva di andare a svegliare Alberto, allorquando con sua grande sorpresa lo vide uscir di camera vestito di tutto punto.
— Ebbene! disse Franz all’albergatore, ora che siamo all’ordine tutti e due, credete che potremmo presentarci al conte di Monte-Cristo?
— Certamente; egli ha l’abitudine di alzarsi di buon mattino, e sono sicuro che è alzato da più di due ore.
— E credete che non sarà un’indiscretezza il fargli visita a quest’ora? — No, certamente.
— In questo caso, Alberto se siete pronto...
— Perfettamente pronto. — Andiamo a ringraziare il nostro vicino della sua cortesia. — Andiamo.
Franz e Alberto non avevano che il pianerottolo da attraversare. L’albergatore li precedeva, e suonò in loro vece; un domestico venne ad aprire.
— I signori Francesi, disse l’albergatore.
Il domestico s’inchinò e fece loro segno di entrare. Essi traversarono due camere ammobigliate con un lusso che non credevano ritrovare nell’albergo di Pastrini, e furono introdotti in un salotto di una perfetta eleganza. Un tappeto di Turchia era steso sul pavimento, e i mobili più comodi offrivano i loro cuscini imbottiti e presentavano gli schienali inclinati in addietro. Magnifici quadri di pennello maestro, frammezzati da trofei di splendidissime armi, erano appesi alle pareti, e ricche portiere di trapunto pendevano davanti a tutte le aperture.
— Se le loro eccellenze vogliono sedersi, disse il domestico, io vado ad avvisare il signor conte.