— Ed io non rifiuto, conto di andarvi per qualche giorno, e poichè voi lo permettete, verrò a battere alla vostra porta. Andiamo, signori, andiamo, non abbiamo tempo da perdere; è mezzogiorno e mezzo, partiamo.

Tutti e tre discesero. Allora il cocchiere prese gli ordini dal padrone, seguì la via del Babbuino, mentre che i pedoni risalivano per la piazza di Spagna, e per la via Frattina che conduceva direttamente fra il palazzo Fiano e il palazzo Ruspoli. Gli sguardi di Franz furono diretti alle finestre di quest’ultimo palazzo; non aveva dimenticato il segnale convenuto al Colosseo, fra l’uomo del mantello scuro ed il Trasteverino: — Quali sono le vostre finestre? domandò egli al conte col tuono più naturale che potesse prendere.

— Le tre ultime, rispos’egli, con una negligenza non affettata, perchè non poteva indovinare con quale scopo gli veniva fatta questa interrogazione.

Gli sguardi di Franz si portarono rapidamente sulle tre finestre. Quelle laterali erano parate con un tappeto di damasco giallo, e quella di mezzo con un tappeto di damasco bianco che portava una croce rossa. L’uomo dal mantello scuro aveva dunque mantenuta la parola al Trasteverino, e non v’era più dubbio, era precisamente il conte. Le tre finestre erano ancora vuote. Da tutte parti si facevano preparativi; si mettevano al posto le sedie, si ergevano palchi, si paravano le finestre. Le maschere non potevano comparire, le carrozze non potevano entrare che dopo il suono della campana del Campidoglio; ma si sentivano le maschere dietro a tutte le finestre e le carrozze dietro a tutte le porte.

Franz, Alberto ed il conte continuarono a discendere lungo il Corso; a seconda che si avvicinavano alla piazza del Popolo, la folla diveniva più fitta, e al di sopra delle teste di questa folla, si vedevano due cose, l’obelisco sormontato da una croce, che indica il centro della piazza, e al davanti dell’obelisco, precisamente al punto di corrispondenza visuale delle tre strade del Babbuino, del Corso, e di Ripetta, i due travi supremi del patibolo, fra i quali brillava l’acciaio forbito della falce. All’angolo della strada era l’intendente del conte che aspettava il padrone. La finestra presa in fitto, a quel prezzo senza dubbio esorbitante che il conte non aveva voluto far conoscere ai convitati, apparteneva al secondo piano del gran palazzo situato fra la strada del Babbuino e il monte Pincio, era una specie di gabinetto che comunicava con una camera da dormire; ma chiudendo la porta di questa, quelli che avevano preso in fitto il gabinetto stavano come in casa loro: sulle sedie erano disposti i vestiti di maschera da pagliaccio di seta bianca e celeste della più grande eleganza.

— Avendomi voi lasciata la scelta dei costumi, disse il conte ai due amici, ho fatto preparare questi. Primieramente saranno ciò che di meglio verrà indossato in quest’anno, poi sono ciò che vi ha di più comodo pei confetti, attesochè la farina non vi si scorge.

Franz non intese che imperfettamente le parole del conte, e forse non apprezzò col suo giusto valore questa nuova gentilezza, poichè tutta la sua attenzione era rivolta allo spettacolo che presentava la piazza del Popolo ed all’istrumento terribile che ne formava in quell’ora il principale ornamento. Era la prima volta che Franz vedeva una ghigliottina. Noi diciamo ghigliottina, perchè la falce romana è presso a poco della stessa forma del nostro istrumento di morte. La falce che ha la forma di una mezza luna che taglia dalla parte convessa, cade da minore altezza, ecco tutta la diversità!

Due uomini, seduti sulla tavola ad altalena, ove viene steso il condannato, mentre aspettavano, mangiavano a quanto sembrò a Franz, del pane e della salciccia; l’un d’essi sollevò l’asse e ne estrasse un fiasco di vino, ne bevè e passò il fiasco al suo camerata; essi erano gli aiutanti del carnefice! — A questo solo aspetto, Franz aveva inteso venirgli il sudore fin dalla radice dei capelli. — I condannati erano stati trasportati fin dalla sera innanzi, dalle carceri nuove alla chiesa di S. Maria del popolo, ed avevano passata tutta la notte assistiti ciascuno da due preti in una cappella di conforteria chiusa da un cancello, davanti al quale passeggiavano le sentinelle cambiate d’ora in ora. Una doppia fila di carabinieri posti da ciascun lato della chiesa si estendeva fino al patibolo, intorno al quale formava un circolo di dieci piedi di spazio, che serviva di strada fra la ghigliottina ed il popolo. Tutto il resto della piazza sembrava un selciato di teste d’uomini e di donne delle quali molte avevano i loro bambini sulle spalle, e questi erano i meglio situati perchè venivano ad aver la testa al di sopra delle altre.

Il monte Pincio sembrava un vasto anfiteatro i cui gradini fossero stati caricati di spettatori; le finestre delle due chiese che formano l’angolo delle strade del Babbuino e di Ripetta col Corso, rigurgitavano di curiosi privilegiati; gli scalini dei peristili sembravano un’onda moventesi e variopinta che una marea incessante spingesse verso il portico, ciascuna sporgenza o rilievo di muro che potesse dare appoggio ad un uomo aveva la sua statua vivente. Ciò che diceva il conte era dunque vero: ciò che vi ha di più curioso nella vita è lo spettacolo della morte. E frattanto in vece del silenzio, che sembrava dovere essere comandato nella solennità di un tale spettacolo, un gran rumore usciva da quella folla; rumore composto di risa, di urli, di gridi giocosi; era ancora evidente, come lo aveva detto il conte, che a questa esecuzione interverrebbe una gran moltitudine di popolo pel fatto non già, ma perchè andava per caso a coincidere col principio del carnevale.

D’improvviso questo rumore cessò come per incanto; la porta della chiesa era stata aperta. La confraternita detta di S. Giovanni decollato comparve, ciascun membro era vestito di un sacco grigio aperto soltanto agli occhi, e teneva in mano una torcia accesa, il capo di questa confraternita apriva la strada. Dietro ai confratelli veniva un uomo di alta persona, nudo, ad eccezione dei calzoni di tela, ad un lato de’ quali stava attaccato un gran coltello nascosto nel fodero; e portava sulla spalla destra una quantità di corda affatto nuova; costui era il carnefice; aveva inoltre i sandali attaccati al basso della gamba per mezzo di funicelle. Dietro al carnefice camminavano, nell’ordine in cui dovevano esser giustiziati, prima Peppino e poi Andrea; ciascuno accompagnato da due preti. Nè l’uno nè l’altro avevano gli occhi bendati. Peppino camminava con passo molto sicuro; senza dubbio egli era stato avvisato di ciò che gli si preparava. Andrea era sostenuto sotto le braccia da un prete. Entrambi baciavano di tempo in tempo il simbolo della Redenzione che veniva lor presentato dal confessore.