Abbiamo dimenticato di dire che il cocchiere del conte era vestito con gravità di una pelle d’orso nero, esattamente simile a quella d’Odry nell’Orso ed il Pascià, e che i due servitori che stavano in piedi dietro la carrozza avevano il costume delle scimmie verdi, perfettamente adattato alla loro corporatura, con maschere a molla colle quali essi facevano delle boccacce a coloro che passavano. Franz ringraziò il conte della gentile offerta. In quanto ad Alberto era in via di scherzi con una carrozza piena di contadine romane, fermata come quella del conte da uno di quei riposi tanto comuni nelle file, cui egli tempestava di mazzetti. Disgraziatamente per lui la fila riprese il movimento, e mentre discendeva la piazza del Popolo, la carrozza che aveva attirata la sua attenzione risaliva verso la piazza di Venezia: — Ah! mio caro, disse egli a Franz, non avete veduto quel calesse pieno di contadine romane?
— No.
— Ebbene! sono sicuro che sono delle graziose signore...
— Quale disgrazia che voi siate mascherato, mio caro Alberto! disse Franz, questo sarebbe stato il momento di rifarvi di tutti i vostri sconcerti amorosi.
— Oh! rispose egli, metà ridendo, metà convinto, spero bene che il carnevale non trascorrerà senza apportarmi qualche buona avventura. — Ad onta di questa speranza d’Alberto tutto il giorno passò senz’altra avventura che l’incontro due o tre volte rinnovato del calesse che portava le contadinelle romane: in uno di questi, fosse caso, oppure studio, la maschera cadde dal volto d’Alberto, ed egli approfittò di questa congiuntura per prendere quanti mazzetti potè, e gettarli nel calesse. Senza dubbio una delle graziose signore che Alberto indovinava sotto il costume di contadine fu colpita da questa galanteria, e quando le due carrozze ritornarono ad incontrarsi, gettò un mazzetto di violette nella carrozza dei due amici. Alberto vi si precipitò sopra, e siccome Franz non aveva alcun motivo di credere che fosse stato a lui diretto, lo lasciò impadronirsene. Alberto lo mise vittoriosamente in petto, e la carrozza continuò il corso trionfante.
— Ebbene, gli disse Franz, ecco il principio di un’avventura.
— Ridete, quanto volete, rispose egli, ma credo veramente di sì; perciò non lascio più questo mazzetto.
— Per bacco! lo credo bene, rispose Franz ridendo, è un segnate di riconoscimento. — Lo scherzo, del rimanente, prese ben presto l’indole della realtà, mentre allorquando, sempre condotti dalla fila, Franz ed Alberto incontrarono di nuovo la carrozza delle contadine, quella che aveva gettato il mazzetto ad Alberto, battè le mani vedendo che lo aveva messo in petto. — Bravo! mio caro, bravo, gli disse Franz, ecco che la cosa si prepara a meraviglia, volete che vi lasci? avete più piacere di restare solo?
— No, diss’egli, no, non imbrogliamo niente: non vo’ lasciarmi accalappiare come uno stupido alla prima dimostrazione, ad un convegno sotto l’orologio, come diciamo al ballo dell’Opera. Se la bella contadina ha volontà di spingere la cosa più innanzi la ritroveremo domani, o piuttosto ella troverà noi; allora mi darà segno di esistenza, ed io vedrò ciò che mi converrà di fare.
— In vero, mio caro Alberto, disse Franz, voi siete saggio come Nestore e prudente come Ulisse, e se la vostra Circe giunge a trasformarvi in una bestia qualunque, bisognerà che sia molto destra e possente. — Alberto aveva ragione: la bella incognita aveva risoluto senza dubbio di non spingere le cose più in là in quel giorno, perchè quantunque facessero ancora diversi giri, non rividero più la carrozza che cercavano con attenzione, e che sicuramente era sparita per una delle vie traverse. Allora ritornarono al palazzo Ruspoli; ma il conte pure era sparito col dominò blu, le due finestre parate col damasco giallo continuarono però ad essere occupate da persone senza dubbio da lui invitate.