— Sì, e chi non è passato pel Corso in quest’oggi?
— Ebbene! avete osservate due finestre parate di damasco giallo, ed una di damasco bianco con una croce rossa? Queste tre finestre erano del conte.
— Davvero! questi dunque è un nababbo? sapete quanto costano tre finestre come quelle per gli otto giorni del carnevale? ed aggiungete nel palazzo Ruspoli che è nella più bella situazione del Corso?
— Due o trecento scudi romani.
— Dite piuttosto due o tremila.
— Oh! diavolo. — È forse dalla sua isola che ritrae queste rendite? — La sua isola non gli frutta un baiocco.
— Perchè dunque l’ha comprata? — Per fantasia.
— Dunque egli è un originale?
— Il fatto si è, disse Alberto, che mi è sembrato molto eccentrico. Se abitasse Parigi, se frequentasse i nostri teatri vi direi o che è un tristo celiatore che fa da modello, o che è un povero diavolo che si è perduto nella moderna letteratura. In verità questa mattina è venuto fuori con due o tre scappate degne di Didier o d’Antony.
In questo momento entrò una visita, e secondo l’uso, Alberto dovette cedere il posto all’ultimo arrivato; questa congiuntura ebbe per resultato non solo il cambiamento del luogo, ma ancora quello dell’argomento della conversazione.