Se il vecchio Eolo comparisse in quel momento sarebbe proclamato re dei moccoletti, ed Aquilone l’erede presuntivo alla corona.
Questa corsa folle e fiammeggiante, durò circa due ore; la strada del Corso era rischiarata come in pieno giorno, si distinguevano i lineamenti degli spettatori fino al terzo, o quarto piano. Di cinque minuti in cinque minuti Alberto guardava l’orologio; finalmente esso segnò le sette. I due amici si ritrovavano a poca distanza dalla via dei Pontefici; Alberto saltò fuori dalla carrozza col suo moccoletto in mano.
Due, o tre maschere vollero avvicinarsi per ispegnerlo, o per toglierlo; ma da bravo boxeur, Alberto li rinviò gli uni dopo gli altri dieci passi distanti da lui, continuando la sua corsa verso la chiesa di S. Giacomo. I gradini, erano carichi di curiosi, e di maschere che lottavano per istrapparsi il moccoletto dalle mani. Franz seguiva con gli occhi Alberto, e lo vide mettere il piè sul primo scalino, poi quasi subito una maschera che portava il ben conosciuto costume della contadina dal mazzetto, allungò il braccio, e gli tolse il moccoletto senza ch’egli facesse la più piccola resistenza.
Franz era troppo lontano per sentire le parole che si scambiarono, ma senza dubbio non furono ostili, poichè vide allontanarsi Alberto tenendo sotto il braccio la contadinella. Per qualche tempo li seguì in mezzo alla folla, ma alla via del Macello li perdè di vista.
D’improvviso il suono della campana che dà il segnale della chiusa del Carnevale si fe’ sentire, e nel medesimo punto tutti i moccoli si spensero come per incanto. Sarebbesi detto che un solo ed immenso colpo di vento li aveva tutti annientati. Franz si trovò nell’oscurità più profonda.
Allora tutte le grida cessarono come se il soffio possente che aveva spento i lumi, avesse portato via nel medesimo tempo il rumore. Non s’intese più che il rotolar delle carrozze che riconducevano le maschere alle loro case; non si videro più che pochi lumi brillare dietro le finestre.
... Il Carnevale era finito.
XXXVII. — LE CATACOMBE DI S. SEBASTIANO.
Forse Franz non aveva mai provato in vita sua una impressione così rapida, un passaggio così improvviso dall’allegria alla tristezza, quanto in questo momento; sarebbesi detto che per opera del soffio di qualche demone della notte, Roma era stata cambiata in una vasta sepoltura. Per una combinazione che aumentava ancora l’intensità delle tenebre, la luna essendo mancante, non sorgeva che dopo le undici; e le strade per le quali passava il giovine erano immerse nella più profonda oscurità. Del rimanente però il tragitto era corto, e in capo a dieci minuti la sua carrozza, o per meglio dire quella del conte, era davanti all’albergo di Londra.
Il pranzo era all’ordine: ma siccome Alberto aveva dato avviso che non contava di tornare presto, così Franz si mise a tavola senza di lui. Pastrini, che era accostumato a vederli pranzare insieme, s’informò della ragione dell’assenza di lui: ma Franz si limitò a rispondergli che Alberto aveva dovuto recarsi ad un invito ricevuto il giorno innanzi. Il subitaneo spegnersi dei moccoletti, l’oscurità che era succeduta alla luce, il silenzio che aveva sostituito l’immenso rumore, avevano impresso nello spirito di Franz una certa melanconia che non era esente da inquietudine. Pranzò taciturno, ad onta delle officiose premure dell’albergatore, che entrò due o tre volte per sentire se gli bisognasse cosa alcuna.