La dama del mazzetto mantenne la parola: nè il giorno dopo nè l’altro ella dette segno ad Alberto di esistere.
Finalmente giunse il martedì, l’ultimo ed il più rumoroso giorno del carnevale. Il martedì, i teatri si aprono alle dieci del mattino, perchè dopo le otto della sera entrasi in quaresima. Il martedì, tutti quelli che per mancanza di tempo, di entusiasmo o di danaro non hanno preso parte alle precedenti feste si mischiano all’ultimo baccanale, si lasciano trascinare dall’orgia, e tributano la loro parte di rumore e di movimento al rumore ed al movimento generale.
Dalle due fino alle cinque, Franz ed Alberto, stettero nella fila del Corso battagliando a pugni di confetti colle carrozze della fila opposta, colle finestre, e coi pedoni che circolano fra i piedi dei cavalli, fra le ruote delle carrozze, senza che accada mai in mezzo a questa spaventosa mischia un solo accidente, una sola disputa, una sola rissa. Sotto questo rapporto gl’Italiani sono il popolo per eccellenza. Le feste per essi sono vere feste. L’autore di questa storia, che ha abitato l’Italia cinque o sei anni non si ricorda mai di avere veduta una sola solennità turbata da uno di quegli avvenimenti che servono di corollario alle nostre.
Alberto trionfava col suo costume da pagliaccio. Egli aveva sopra una spalla un nastro color di rosa, le cui estremità gli cadevano fino al garetto, per non produrre alcuna confusione fra lui e Franz, che d’altra parte aveva conservato il vestito da contadino romano. Più il giorno si avanzava, e più il tumulto diveniva grande; non eravi su tutto quel selciato, in tutte quelle carrozze, a tutte quelle finestre, una bocca muta, un braccio ozioso; era un vero uragano umano, composto di un tuono di grida, e di una tempesta di confetti, di mazzetti, d’aranci e di fiori. Alle tre la esplosione dei mortaletti tirati ad un tempo sulla piazza del Popolo e su quella di Venezia, rompendo a grande stento quest’orribile tumulto, annunciò che stavano per cominciare le corse. Le corse ed i moccoli sono gli episodi particolari degli ultimi giorni di Carnevale. Allo sparo dei mortaletti le carrozze rompono nello stesso punto le file e voltano ciascuna nella strada traversa più vicina al luogo ove si ritrovano. Tutte queste evoluzioni si fanno con una meravigliosa rapidità, e ciò senza che la polizia si occupi menomamente di assegnare a ciascuno il suo posto, o di tracciare a ciascuna la sua strada. I pedoni si ritirano contro il muro dei palazzi, quindi si sente un rumore di cavalli e uno sguainar di sciabole.
Un plotone di Carabinieri, che ne presenta 15 di fronte, percorre al galoppo in tutta la lunghezza il Corso, che fa sgombrare per dar posto alla corsa dei barberi. Quando il plotone arriva al palazzo di Venezia, il rumore di un’altra batteria di mortaletti avvisa che la strada è libera. Quasi subito, in mezzo ad un clamore immenso, universale, inaudito, si videro passare come ombre sette o otto cavalli eccitati dalle grida di 300mila persone e dalle castagnette di ferro appuntato che loro balzano sul dorso, poi il cannone di castel S. Angiolo tirò tre colpi, e ciò per annunziare che il numero 3 aveva vinto. Subito senz’altro segnale che quello, le carrozze si rimisero in movimento, rifluendo verso il Corso, uscendo da tutte le strade come torrenti contenuti per un momento, che gettatisi tutti insieme nel letto del fiume cui alimentano, e l’onda immensa riprese più rapida che mai il suo corso fra le due rive di granito.
Soltanto un nuovo elemento di rumore e di movimento erasi ancora mischiato a questa folla; entrarono in iscena i mercanti di moccoli.
I moccoli, o moccoletti sono ceri che variano dalla grossezza del cero pasquale fino a quella della coda di un sorcio, e risvegliano negli attori della grande scena, con cui termina il carnevale romano, due opposte preoccupazioni:
1.º Quella di conservare acceso il suo moccoletto.
2.º Quella di spegnere il moccoletto degli altri.
Avviene del moccoletto ciò che accade della vita degli uomini. Essi per quanto è in poter loro, si adoprano a conservarla, e sebbene certi che presto o tardi aver debba il suo fine, pur nonostante hanno indagato e scoperto mille modi per reciderla e toglierla innanzi tempo; è vero che per questa suprema operazione il diavolo non ha mancato di venirgli in aiuto. Il moccoletto si accende avvicinandolo ad un lume qualunque. Ma chi potrà descrivere i mille mezzi inventati per ispegnere il moccoletto, i soffietti giganteschi, gli spegnitoi mostri, i ventagli sovrumani. Ciascuno si sollecitò a comprare i moccoletti, e Franz ed Alberto fecero come tutti gli altri. La notte si avvicinava rapidamente, e già al grido: Moccoli! ripetuto dalle voci stridule degl’industriosi, due o tre stelle cominciarono a brillare al di sopra della folla. Fu come un segnale. In dieci minuti, 50 mila lumi scintillarono discendenti dalla piazza di Venezia a quella del Popolo, e risalenti da quella del Popolo a quella di Venezia. Si sarebbe detta la festa dei fuochi fatui. Chi non ha veduto questa festa, è impossibile che se ne possa formare un’idea. Supponete tutte le stelle che si stacchino dal cielo, e vengano a formare sulla terra una danza insensata; il tutto accompagnato da grida che orecchio umano non ha mai potuto sentire sul rimanente della superficie del globo. È particolarmente in questo momento che non evvi più distinzione sociale. Il facchino attacca il Principe, questi il Trasteverino, il Trasteverino il borghese, ciascuno soffiando, spegnendo, riaccendendo.