— Che v’intervenga o no, io conservo l’opinione che ho di lei, continuò Alberto. Voi avete il biglietto; sapete la meschina educazione che ricevono in Italia le donne del mezzo ceto[2]; ebbene! rileggete il biglietto, osservate il carattere, e trovatemi uno sbaglio di lingua, o di ortografia. — Infatto il carattere era elegante, l’ortografia irreprensibile.
— Voi siete dei predestinati, disse Franz, nel rendere ad Alberto per la seconda volta il biglietto.
— Ridete quanto vi piace, scherzate a vostro bell’agio, riprese Alberto; io sono innamorato.
— Oh! mio Dio, voi mi spaventate, gridò Franz, vedo bene che non solamente andrò solo al ballo del principe, ma ancora che ritornerò solo a Firenze.
— Il fatto è che, se la mia sconosciuta è amabile quanto è bella, vi dichiaro che mi stabilisco a Roma per sei settimane almeno. Io adoro Roma, e poi ho sempre avuto un trasporto straordinario per l’archeologia.
— Ancora un altro o due di questi incontri, e non dispero di vedervi membro dell’accademia di belle lettere.
Senza dubbio Alberto si accingeva a discutere seriamente sui diritti che poteva avere ad un seggio nell’accademia, ma vennero in quel momento ad annunziare che il pranzo era all’ordine; l’amore in Alberto non era contrario all’appetito, si affrettò, dunque col suo amico a mettersi a tavola, risoluto di riprendere la discussione dopo il pranzo.
Dopo il pranzo fu annunziato il conte di Monte-Cristo. Da due giorni i due amici non lo avevano veduto. Un affare lo aveva chiamato a Civitavecchia, almeno per quanto disse Pastrini. Egli era partito nella sera del giorno innanzi, e già si ritrovava di ritorno da un’ora. Il conte fu grazioso. Sia che stesse all’erta, sia che l’occasione non isvegliasse in lui le fibre acrimoniose, che certi particolari avevano di già fatto risuonare due o tre volte nelle sue parole, egli mantennesi presso a poco come tutt’altro uomo. Egli era per Franz un vero enigma. Il conte non poteva dubitare che il giovine viaggiatore non lo avesse riconosciuto, e ciò non pertanto, non avea detto una sola parola dopo il loro nuovo incontro che potesse indicare averlo egli veduto altrove. Per la sua parte Franz, qualunque fosse la volontà che avesse di fare allusione al loro primo incontro, il timore di far cosa disaggradevole ad un uomo che aveva ricolmato sì lui come il suo amico di gentilezze, lo trattenne; continuò dunque a mantenersi riservato come il conte.
Il conte aveva saputo che i due amici avevano voluto far prendere un palco al teatro Argentina, e che erasi lor risposto non esservene alcuno. Per conseguenza portava loro la chiave del suo; almeno questo era l’apparente motivo della sua visita. Franz ed Alberto fecero qualche difficoltà, allegando il timore di privarne lui; ma il conte rispose che andando quella sera al teatro Valle, il suo palco al teatro Argentina sarebbe rimasto vuoto. Questa assicurazione risolvette i due amici ad accettare. Franz erasi un poco per volta abituato a quel pallore del conte, che avevalo tanto colpito la prima volta che lo aveva veduto. Egli non poteva fare a meno di render giustizia alla bellezza della sua testa severa, della quale questo pallore era il solo difetto o forse la principal bellezza. Vero eroe di Byron, Franz non poteva non solo vederlo, ma neppur pensare a lui, senza immaginarsi quel viso tetro sulle spalle di Manfredi o sotto la cotta d’armi di Lara. Egli aveva sulla fronte quella piega che indica la presenza incessante di un amaro pensiero, aveva quegli occhi ardenti che leggono nel più profondo delle anime, quel labbro superbo e disprezzante che dà alle parole quella particolare indole che fa sì che esse s’imprimano profondamente nella memoria di chi le ascolta. Il conte non era più giovane, aveva 40 anni almeno, ma ciò nonostante ben si capiva che era fatto per vincerla sui giovani coi quali sarebbesi trovato. In realtà, e ciò per un’ultima rassomiglianza cogli eroi fantastici del poeta inglese, il conte sembrava avere il dono dell’affascinazione. Alberto era incantato della fortuna che aveva avuto insieme con Franz d’incontrare un uomo simile. Franz era meno entusiasta; ciò nonostante sotto l’influenza che esercita un uomo superiore su gli spiriti di coloro che lo circondano. Egli pensava al disegno, che il conte aveva di già manifestato due o tre volte, di andare a Parigi, e non dubitava che col suo naturale eccentrico, col viso caratteristico e colla fortuna colossale, ottenuto non avesse grandissimo effetto. Però non desiderava di trovarsi a Parigi quando quegli vi fosse.
La serata fu passata come si passano ordinariamente al teatro in Italia, non ad ascoltare i cantanti, ma a fare delle visite ed a discorrere. La contessa G*** voleva ricondurre la conversazione sul conte, ma Franz le annunziò che aveva qualche cosa di più nuovo da narrarle, e ad onta delle dimostrazioni di falsa modestia, alle quali si lasciò andare Alberto, raccontò alla contessa il grande avvenimento che da tre giorni formava l’oggetto della preoccupazione dei due amici. Siccome questi intrighi non son rari nè in Italia, nè altrove, almeno se devesi credere ai viaggiatori, la contessa non fece menomamente la incredula, e felicitò Alberto sul principio di un’avventura che prometteva di terminare in un modo assai soddisfacente. Si lasciarono, promettendosi di ritrovarsi al ballo del principe T... al quale era stata invitata tutta Roma.