— Ebbene! sia così. — Egli stese la mano verso un calendario attaccato presso lo specchio. — Oggi siamo ai 21 febbraio; cavò l’orologio, e sono le 10 e mezzo del mattino, volete aspettarmi il 21 maggio prossimo alle 10 e mezzo del mattino?

— A meraviglia! disse Alberto; la colazione sarà preparata.

— Ove abitate? — Strada di Helder n. 27. — Voi vi trattate in casa vostra da scapolo, ed io non vi sarò d’incomodo?

— Io abito in casa di mio padre, ma in un padiglione nel fondo del cortile interamente separato.

— Va bene; — il conte aprì il taccuino e scrisse: Strada di Helder, n. 27, 21 maggio, alle 10 e mezzo del mattino.

— Ed ora, disse il conte, rimettendosi il taccuino in saccoccia, siate tranquillo, la sfera della vostra pendola non sarà più esatta di me.

— Vi rivedrò prima della vostra partenza? domandò Alberto. — Secondo quando partirete?

— Parto domani sera alle cinque. — In questo caso vi do il mio addio. Ho alcuni affari a Napoli, e non sarò di ritorno qui che sabato sera o domenica mattina. E voi, soggiunse volgendosi a Franz, partite voi pure, sig. conte?

— Sì. — Per la Francia?

— No, per Venezia. Resto ancora un anno o due in Italia.