— Beauchamp amico mio, sapete ch’io muoio di fame! disse Debray; non andate dunque nelle storie.

— Ebbene! ma io, disse Beauchamp, non impedisco che si mettano a tavola... Château-Renaud ci racconterà ciò a tavola.

— Signori, disse Morcerf, non sono che le 10 e un quarto, e noi aspettiamo un altro convitato.

— Ah! è vero, un diplomatico, riprese Debray.

— Un diplomatico, o qualche altra cosa, non so niente: ciò che so, si è che lo incaricai di un’ambasciata per conto mio, da lui disimpegnata con tanta mia soddisfazione che se fossi stato re, lo avrei fatto cavaliere di tutti i miei ordini ad un tempo, ancorchè avessi avuto a mia disposizione il Toson d’Oro e la Giarrettiera.

— Allora, dappoichè non si va ancora a tavola, disse Debray, versatevi un altro bicchiere di Xeres come abbiamo fatto noi, e raccontateci la vostra storia, barone.

— Voi tutti sapete che mi venne il capriccio di andare in Affrica? — Strada tracciatavi dai vostri antenati, mio caro Château-Renaud, disse con galanteria Morcerf.

— Sì, ma dubito che non vi sarete andato, com’essi, per liberare il santo sepolcro.

— Avete ragione, Beauchamp, disse il giovine aristocratico, fu solo per tirare il mio colpo di pistola come dilettante. Il duello mi ripugna, come voi sapete, da poi che due testimoni, che io aveva scelti per accomodare una contesa, mi costrinsero a rompere un braccio ad uno dei miei migliori amici... eh! per bacco a quel povero Franz d’Épinay, che voi tutti conoscete.

— Ah! è vero, vi batteste in allora, molto tempo fa,... ed a proposito di che?