— Permettetemi, mio caro, gli diss’egli, di presentarvi il sig. Massimiliano Morrel, capitano dei Spahis (specie di cavalieri affricani) mio amico, e di più mio salvatore. Del rimanente egli si presenta abbastanza bene da sè stesso, salutate il mio eroe, visconte.
E si scostò per lasciar vedere questo grande e nobile giovine, dalla fronte larga, dallo sguardo penetrante, dai baffi neri, che i nostri lettori si ricorderanno di aver veduto a Marsiglia in una congiuntura molto più drammatica, e che non avran certo dimenticata. Una ricca uniforme metà francese, e metà orientale, mirabilmente portata, faceva comparire il suo largo petto decorato della croce della legione d’onore, e l’inquadratura svelta delle sue forme.
Il giovine ufficiale s’inchinò con pulita eleganza; Morrel era grazioso in tutti i suoi movimenti perchè era forte.
— Signore, disse Alberto con affettuosa cortesia, il barone di Château-Renaud ben sapeva tutto il piacere che mi procurava nel farmi fare la vostra conoscenza. Voi siete uno de’ suoi amici, signore; siate ancora uno dei nostri.
— Benissimo, disse Château-Renaud, e desiderate, mio caro visconte, che presentandosi l’occasione faccia per voi quel che ha fatto per me.
— E che ha dunque fatto? domandò Alberto.
— Oh! non è mestieri di parlarne, il signore esagera.
— Come! è mestieri di parlarne! la vita non vale la pena che se ne parli?... In vero avete troppa filosofia nelle vostre parole, mio caro Morrel... Andrà bene per voi ch’esponete la vostra vita tutti i giorni, ma per me che l’ho esposta una volta per caso...
— Ciò che scorgo di più chiaro in tutto ciò, barone, è che il capitano Morrel vi ha salvata la vita.
— Oh! mio Dio! sì, semplicemente, replicò Château-Renaud. — E in quale occasione? domandò Beauchamp.