— Lasciatelo dire, Morcerf, riprese con noncuranza Debray, ed ammogliatevi. Voi sposate la cifra che sta scritta sopra un sacco, n’è vero? ebbene! che v’importa! è meglio allora su questa cifra un blasone di meno ed un zero di più; avete 7 merli nelle vostre armi, ne darete tre a vostra moglie, e ve ne resteranno ancor quattro.

— In fede mia, credo che abbiate ragione, Luciano, rispose con distrazione Alberto.

— Eh certamente! d’altra parte è milionario e nobile come un bastardo: cioè, come potrebbe esserlo.

— Zitto! non dite questo, Debray, rispose ridendo Beauchamp: poichè ecco qui Château-Renaud che per guarirvi dalla manìa di paradossare su tutto, vi passerebbe a traverso il corpo la spada di Renaud di Montauban, suo avolo.

— Egli allora derogherebbe, rispose Luciano, perchè io sono un villano, villanissimo.

— Bene! gridò Beauchamp, ecco il ministero che canta da pastore. Eh! come finiremo?

— Il sig. Château-Renaud! il sig. Massimiliano Morrel! disse il cameriere, annunziando i due nuovi convitati.

— Il numero è completo! disse Beauchamp, e noi andiamo a far colazione; perchè se non isbaglio, non aspettavate che due persone, Alberto?

— Morrel! mormorò Alberto! e chi è costui?

Ma prima che avesse terminato, il sig. de Château-Renaud, bel giovine di 30 anni, gentiluomo dalla testa ai piedi, vale a dire, coll’aspetto di un Guiche e lo spirito di un Mortemart, aveva preso Alberto per la mano.