— Andiamo dunque, sia così, resto. Bisogna assolutamente che questa mane mi distragga.
— Buono! eccovi come Debray: mi sembra però che quando il ministero è tristo l’opposizione debba essere allegra!
— Ah! vedete, amico caro, ciò nasce perchè non sapete da che cosa sono minacciato. Questa mattina sentirò alla camera dei deputati un discorso di Danglars, e questa sera in casa di sua moglie una tragedia di un pari di Francia.
— Capisco: avete bisogno di far provvigione d’ilarità.
— Non dite dunque male dei discorsi di Danglars, egli vota per voi, è dell’opposizione.
— Ecco, per bacco! dove sta il male: io aspetto che lo mandiate a discorrere al Lussemburgo per riderne a mio bell’agio.
— Caro mio, disse Alberto a Beauchamp, si vede bene che gli affari di Spagna sono accomodati, questa mattina siete di un’asprezza stomachevole. Ricordatevi dunque che la cronaca parigina porta trattative di un matrimonio fra me ed Eugenia Danglars. Non posso dunque, in coscienza, lasciarvi parlar male dell’eloquenza di un uomo, che un giorno o l’altro può dirmi: «signor visconte, sapete che assegno in dote due milioni a mia figlia.»
— Su, via! disse Beauchamp, questo matrimonio non si farà mai. Il re ha potuto farlo conte, ma non potrà mai farlo diventar gentiluomo, ed il conte de Morcerf è una spada troppo aristocratica per acconsentire, per due meschini milioni, ad una cattiva alleanza. Il visconte de Morcerf non deve sposare che una marchesa.
— Due milioni, rispose Alberto, sono una bella cosa.
— Questo è il capitale sociale di un teatro dei baluardi, o di una strada di ferro dal giardino delle piante a Râpèe.