— No, signore, rispose Monte-Cristo, a condizione che rispettassero sempre me ed i miei amici.

— Alla buon’ora, gridò Château-Renaud, ecco il primo uomo coraggioso che sento predicare lealmente e brutalmente l’egoismo; ciò è bellissimo, bravo! signor conte.

— Almeno ciò è molto franco, disse Morrel; ma sono sicuro che il conte non si è pentito di avere una volta mancato a questi principi, che ora ci ha esposti in modo così assoluto.

— Ed in qual modo ho mancato ai miei principi, signore? domandò Monte-Cristo che di tempo in tempo non poteva esimersi dal guardare Massimiliano con tanta attenzione, che già due o tre volte l’ardito giovine era stato costretto ad abbassar gli occhi, rimpetto allo sguardo limpido e chiaro del conte.

— Mi sembra, rispose Morrel, che liberando il sig. di Morcerf che non conoscevate voi servivate al prossimo, ed alla società...

— Di cui egli fa il più bell’ornamento, disse con gravità Beauchamp, vuotando in un sol fiato un bicchiere di Champagne.

— Sig. conte, gridò Morcerf, eccovi preso dal ragionamento, voi, uno dei più aspri logici che io conosca. E starete a vedere, che quanto prima vi sarà dimostrato, che in vece d’essere un egoista, siete un filantropo. Ah! voi vi spacciate per Orientale, Levantino, Maltese, Indiano, Chinese, Selvaggio, vi chiamate Monte-Cristo per nome di famiglia, Sindbad il marinaro per nome di battesimo, ed eccovi, che il primo giorno che mettete il piede in Parigi, già possedete il più gran merito, od il più gran difetto della nostra eccentricità parigina, vale a dire vi usurpate i vizi che non avete!

— Mio caro visconte, disse Monte-Cristo, non vedo in tutto ciò che ho detto o fatto, una sola parola che possa meritarmi, per parte vostra e di questi signori, l’elogio che ricevo. Voi non mi eravate estraneo, poichè vi avevo data una colazione, vi aveva prestata per otto giorni una carrozza, avevamo veduto insieme passare le maschere pel Corso, e perchè avevamo guardato dalla stessa finestra della piazza del Popolo quella esecuzione che vi fece tanta impressione che quasi sveniste. Ora, lo domando a questi signori, poteva io lasciare il mio ospite nelle mani di quei spaventosi banditi, come voi li chiamate? D’altra parte lo sapete, aveva nel salvarvi un secondo fine, qual era quello di servirmi di voi per introdurmi nella società di Parigi quando fossi venuto a visitare la Francia. Per qualche tempo avete potuto considerare questa risoluzione come un disegno vago ed incerto; ma oggi lo vedete, è una bella e buona realtà, alla quale bisogna che vi sottomettiate, sotto pena di mancare alla vostra parola.

— Ed io la manterrò, disse Morcerf, ma temo che presto vi cadrà ogni illusione, mio caro conte, voi, avvezzo ai luoghi pieni d’avventure, agli avvenimenti pittoreschi, ai fantastici orizzonti. Presso noi non vi accadrà il più piccolo episodio di quelli cui la vita fantastica vi ha abituato. Il nostro Chimboraco è Montmartre; il nostro Himalaya è il monte Valérien, il nostro Gran Deserto è la pianura di Grenelle, e vi forano ancora un pozzo artesiano perchè le carovane vi trovino dell’acqua. Noi abbiamo dei ladri ed anche molti, quantunque non ve ne siano tanti quanti si dice; ma essi temono egualmente la più piccola spia come il più gran signore; finalmente la Francia è un paese così prosaico, e Parigi una città tanto incivilita, che non troverete, cercando ancora per tutti gli 85 nostri dipartimenti (dico 85 dipartimenti, perchè, ben inteso eccettuo la Corsica dalla Francia) che non troverete una sola montagna in cui non vi sia un telegrafo, la più piccola grotta un poco oscura nella quale un commissario di polizia non abbia fatto porre un becco a gas. Non vi è dunque che un solo servigio che posso rendervi, mio caro conte, e per questo mi metto interamente a vostra disposizione; ed è di presentarvi ovunque, e farvi presentare dai miei amici; abbenchè voi per questo non abbiate bisogno d’alcuno: col vostro nome, la vostra fortuna, ed il vostro spirito (Monte-Cristo s’inchinò con un sorriso leggermente ironico), ognuno si presenta ovunque da sè stesso, ed ovunque è ben ricevuto. In realtà adunque non posso essere buono per voi che ad una cosa sola: se l’abitudine della vita parigina, se la esperienza dei nostri comodi, se la conoscenza dei nostri bazar possono raccomandarmi a voi mi metto a vostra disposizione per ritrovarvi una conveniente abitazione. Non oso proporvi di farvi parte del mio alloggio, come ho partecipato del vostro a Roma, non professo l’egoismo ma sono egoista per eccellenza; perchè il mio alloggio non potrebbe contenere oltre me neppure un’ombra.... a meno che non fosse quella di una donna.

— Ah! fece il conte, ecco una riserva del tutto matrimoniale; voi infatto a Roma mi avete detto qualche parola di un matrimonio in trattativa; debbo congratularmi sulla vostra prossima felicità?