— E forse fu Peppino che liberaste, n’è vero? gridò Morcerf; a lui forse applicaste il vostro diritto di grazia?
— Può darsi, disse Monte-Cristo sorridendo.
— Sig. conte, disse Morcerf, non potete formarvi un’idea del piacere che provo nel sentirvi parlare in tal modo. Vi aveva di già annunziato ai miei amici come un uomo favoloso, come un mago delle Mille e una Notte, come uno stregone del medio evo; ma i parigini sono persone talmente sottili nei paradossi, che prendono per capricci dell’immaginazione le verità più incontrastabili, quando esse non entrano nelle condizioni della loro giornaliera esistenza. Per esempio, ecco Debray che legge, e Beauchamp che stampa tutti i giorni, essere stato fermato e spogliato sul baluardo qualche membro Jockey-Club in ritardo, che furono assassinate quattro persone sulla strada Saint-Denis o nel sobborgo San-Germano; che sono stati arrestati 4, 10, 20 ladri, sia in un caffè sul baluardo del Tempio, sia alle Terme di Giulio, e negano l’esistenza dei banditi nelle Maremme, nella Campagna Romana, e nelle paludi Pontine. Dite dunque voi stesso, ve ne prego, signor conte, che sono stato preso da questi banditi, e che, senza la vostra generosa intercessione, io oggi aspetterei, secondo tutte le probabilità, la resurrezione finale nelle catacombe di San Sebastiano, invece di dar loro da colazione nella mia piccola ed indegna casa strada di Helder.
— Bah! voi mi avete promesso di non parlarmi più di questa miseria. — Non sono io che vi ho fatto questa promessa, sig. conte, gridò Morcerf, sarà stato qualche altro cui avete reso un simile servigio, e che ora confondete con me. Parliamone anzi, ve ne prego; perchè se vi risolvete a parlare di questa particolarità, non solo ridirete alcune cose che so, ma molte altre ancora che non so.
— Ma mi sembra che in tutto questo affare, soggiunse il conte ridendo, abbiate sostenuto una parte di troppa importanza, per sapere al par di me tutto ciò che è accaduto.
— Volete promettermi, che, se dico tutto quel che so, mi direte tutto quello che non so?
— È troppo giusto, rispose Monte-Cristo.
— Ebbene! soggiunse Morcerf, dovesse il mio amor proprio ancora soffrirne, mi sono creduto per tre giorni l’oggetto delle civetterie di una maschera che aveva presa per discendente delle Tulie, o delle Poppee, nel mentre che ero puramente e semplicemente l’oggetto delle frascherie di una contadina; e notate bene che dico contadina per non dire villana. Ciò che io so si è, che a guisa di un gonzo, più gonzo ancora di colui di cui si parlava non ha guari, ho preso per questa persona un giovine bandito dai 15 ai 16 anni, col mento imberbe, la vita sottile, che al momento in cui voleva emanciparmi fino a depositare un bacio sulla sua casta spalla, mi ha messo le pistole alla gola, e coll’aiuto di altri sette o 8 banditi, mi ha condotto o piuttosto mi ha trascinato nel fondo delle catacombe di San Sebastiano, ove trovai un capo di banditi molto letterato, in fede mia, che leggeva i commentari di Giulio Cesare, e che si è degnato d’interrompere la lettura per dirmi che se la dimane alle 6 del mattino non aveva versati 4 mila scudi nella sua cassa alle sei ed un quarto avrei perfettamente cessato di vivere. La lettera vi è, essa è nelle mani di Franz, firmata da me, con post-scriptum di Mastro Luigi Vampa. Se ne dubitate, scriverò a Franz che farà legalizzare le firme. Ecco ciò che so. Or quello che mi resta a sapere si è, come mai, voi, sig. conte, siate giunto ad incutere ai banditi di Roma un sì gran rispetto, ad essi che nulla rispettano. Vi confesso che Franz ed io ne fummo rapiti d’ammirazione.
— Niente di più semplice, signore, rispose il conte, io conosceva il famoso Vampa da più di dieci anni. Quand’egli era ancor giovine e pastore, un giorno gli regalai, non mi sovviene ora qual moneta d’oro, perchè m’indicò la strada, ed egli, per non avere niente del mio, mi dette in cambio un pugnale, intagliato colle sue mani, e che voi forse avrete notato nella mia collezione d’armi. Col tempo, sia ch’egli dimenticasse questo ricambio di piccoli regali che doveva mantenere l’amicizia fra di noi, sia che non mi avesse riconosciuto, tentò di arrestarmi; ma io al contrario arrestai lui con una dozzina dei suoi compagni. In allora poteva abbandonarlo alla giustizia romana che è speditiva, e che si sarebbe ancora sollecitata di più a suo riguardo, ma non lo feci; invece lo rimandai con tutti i suoi.
— A condizione che non peccassero più, disse il giornalista ridendo. Vedo con piacere ch’essi hanno mantenuta scrupolosamente la parola.