— Ed il carico? domandò vivamente l’armatore.
— È giunto a buon porto, sig. Morrel, e sono persuaso che sotto questo riguardo voi sarete contento. Ma il povero Capitano Leclerc....
— Che gli è dunque accaduto? domandò l’armatore con un aspetto notabilmente rallegrato.
— È morto.
— Caduto in mare?
— No, signore, morto di una febbre cerebrale in mezzo ad orribili patimenti. — Poi volgendosi verso l’equipaggio.
— Olà eh! disse egli, ciascuno al suo posto per l’ancoraggio. L’equipaggio ubbidì. Nel medesimo momento gli otto o dieci marinari che lo componevano si slanciarono chi sulle scotte, chi sui bracci, e chi infine agl’imbrogli del trinchetto e delle altre vele. Il giovine marinaio gettò uno sguardo non curante al cominciamento della manovra, e vedendo che si eseguivano i suoi ordini, ritornò al suo interlocutore.
— E come accadde adunque questa disgrazia? continuò l’armatore riprendendo la conversazione al punto in cui il giovine marinaio l’aveva interrotta.
— Ahimè! nel modo più imprevisto. Dopo un lungo colloquio col comandante del porto, il Capitano Leclerc abbandonò Napoli molto turbato: in capo a ventiquattro ore fu colto dalla febbre, e tre giorni dopo era morto. Noi gli abbiamo resi gli ordinarii funerali, ed ora riposa decentemente avviluppato in una branda con una palla da 36 ai piedi ed una alla testa all’altezza dell’Isola del Giglio; ne riportiamo alla vedova la croce d’onore e la spada. Ov’era il fastidio, continuava il giovinotto con un sorriso malinconico, di fare per dieci anni la guerra agl’Inglesi per arrivare poi a morire come tutti gli uomini nel suo letto!
— Peccato! che volete, Edmondo? riprese l’armatore che sembrava consolarsi sempre più, siamo tutti mortali, e bisogna pure che i vecchi cedano il posto ai giovani; senza di ciò non vi sarebbe più avanzamento, ed al momento che voi mi assicurate che il carico...