— Sul luogo ov’egli cadde.

— Mio caro Bertuccio, ritornate in voi stesso, ve lo esorto, non siamo qui nè a Sartena, nè a Corte. Questa non è una macchia, ma un giardino inglese, mal custodito, ne convengo, ma che non pertanto non bisogna calunniare.

— Signore, non rimanete là, ve ne supplico!

— Io credo che diventate pazzo, padron Bertuccio, disse freddamente il conte; se così è, avvisatemene che vi farò rinchiudere in qualche casa di salute, prima che succeda una disgrazia.

— Ahimè! eccellenza, disse Bertuccio scuotendo la testa, e piegando le mani con un’attitudine che avrebbe fatto ridere il conte, se pensieri di superiore importanza non lo avessero preoccupato in quel momento, e reso molto attento alle più piccole espansioni di quella coscienza timorosa. — Ahimè! la disgrazia è accaduta.

— Bertuccio, disse il conte, sono al caso di dirvi, che mentre gesticolate, voi contorcete le braccia, e stralunate gli occhi come un ossesso, dal corpo del quale il diavolo non voglia uscire; ora ho sempre notato che il diavolo più ostinato ad uscire è un segreto. Io vi sapeva Corso, vi conoscevo taciturno ruminando sempre qualche vecchia storia di vendetta, e vi perdonava questo in Italia, sebbene anche in Italia questa specie di cose non siano inezie; ma in Francia si tiene sempre l’assassinio di assai cattivo genere; vi sono gendarmi che se ne occupano, giudici che lo condannano, patiboli che lo vendicano. — Bertuccio congiunse le mani, e, siccome nell’eseguire queste diverse evoluzioni non lasciava il fanale, la luce venne a rischiarargli il volto sconvolto. Monte-Cristo per un momento lo esaminò come a Roma aveva osservato il supplizio di Andrea; indi con un tuono di voce che fece scorrere un brivido pel corpo del povero intendente: — L’abate Busoni mi ha dunque ingannato, diss’egli, quando, dopo il suo viaggio in Francia nel 1829, v’inviò a me, munito di una lettera di raccomandazione, nella quale mi lodava le vostre preziose qualità. Ebbene! scriverò all’abate; lo renderò garante del suo protetto, ed allora saprò senza dubbio che cosa è tutto questo affare di assassinio. Vi prevengo soltanto, Bertuccio, che quando io vivo in un paese, ho l’abitudine d’uniformarmi alle sue leggi, e che non ho punto volontà d’intrigarmi per voi colla giustizia di Francia.

— Non fate questo, eccellenza; vi ho servito fedelmente, n’è vero? gridò Bertuccio alla disperazione; sono stato un galantuomo, e per quanto ho potuto, ho fatto ancora delle buone azioni.

— Non dico di no, rispose il conte, ma per che diavolo adunque siete ora agitato in tal guisa? Questo è un cattivo segno; una coscienza pura non porta tanta pallidezza sulle guance, tanta febbre nelle mani di un uomo...

— Ma, sig. conte, interruppe con esitanza Bertuccio, non mi avete detto voi stesso, che l’abate Busoni, che fu quello che raccolse la mia confessione nelle carceri di Nimes, vi aveva prevenuto, inviandomi a voi, avere io un forte rimprovero a farmi?

— Sì, ma siccome egli v’indirizzava a me dicendomi che avrei ritrovato in voi un eccellente intendente, io credetti che voi aveste rubato, ecco tutto!