— Ebbene! vediamo, sig. Corso, io suppongo sempre tutto ciò che si vuole; d’altra parte bisogna saper fare delle concessioni agli spiriti ammalati. Vediamo: richiamate il vostro spirito e raccontatemi ciò.
— Io non l’ho mai raccontato che una sola volta, signore, e fu all’abate Busoni. Simili cose, soggiunse Bertuccio scuotendo la testa, non si raccontano che sotto il suggello della confessione.
— Allora, mio caro Bertuccio, ritroverete giusto che io vi rimandi al vostro confessore, vi farete con lui certosino o bernardino, e ragionerete sui vostri segreti. Ma io, io ho paura di un ospite spaventato da simili fantasmi, non amo che le mie genti non abbiano il coraggio di passare di notte pel giardino. Poi, ve lo confesso, sarei poco curioso di vedermi qualche visita del commissario di polizia; poichè imparatelo bene Bertuccio, corre voce che in alcun luogo la giustizia si paghi perchè si taccia; ma in Francia al contrario non si paga mai che quando si parla. Peste! vi credeva bene un poco Corso, un poco contrabbandiere, un bravo intendente, ma ora m’avveggo che avete ancora altre corde al vostro arco. Voi perciò non siete più al mio servizio, Bertuccio.
— Ah! signore signore! gridò l’intendente colpito dal terrore di questa minaccia. Ah! se non dipende che da questo perchè io rimanga al vostro servizio, parlerò, dirò tutto; e se vi lascio, sarà soltanto per andare al patibolo!
— Adesso è un’altra cosa, disse Monte-Cristo, ma se voleste mentire rifletteteci bene; non parlate affatto.
— No, signore, ve lo giuro sulla salute dell’anima mia, vi dirò tutto! perchè lo stesso abate Busoni non ha saputo che una parte del segreto. Ma prima, ve ne supplico, allontanatevi da questo platano; osservate, la luna va a rischiarare quella nube, e là, posto come voi siete, avvolto in quel mantello che mi nasconde la vostra corporatura, e che rassomiglia a quello del sig. de Villefort...
— Come! gridò Monte-Cristo, fu de Villefort...
— V. E. lo conosce?
— Sì.
— Che ha sposata la figlia del marchese di Saint-Méran.