«Un doganiere andò a vedere.

«— Vuol dire ch’egli è passato di là, rispose egli. — E mostrò l’apertura per la quale effettivamente io era passato. Allora capii che venivo preso per l’assassino. Ricuperai la voce, e ritrovai la forza; mi sciolsi dalle mani dei due uomini che mi tenevano, gridando: — Non sono stato io! non sono stato io!

«Due gendarmi mi presero di mira colla carabina.

«— Se fai un movimento, mi dissero, sei morto.

«— Ma, gridai, se vi ripeto che non sono stato io.

«— Tu racconterai la tua storiella ai giudici di Nimes, risposero essi. Frattanto vieni con noi; e se abbiamo un buon consiglio a darti, si è di non fare resistenza. — Questa non era la mia intenzione, io era spossato dalla sorpresa e dal terrore. Mi furono messe le manette, fui attaccato alla coda di un cavallo, e fui condotto a Nimes. Era seguito da un doganiere che mi aveva perduto di vista nelle vicinanze della casa, e pensando che avrei passata ivi tutta la notte andò ad avvisare i compagni, che giunsero in tempo per sentire di lontano il colpo di pistola, e per cogliere me, entrando, in mezzo a tante prove di reità, sì che capii benissimo quanto mi sarebbe costato a poter far conoscere la mia innocenza. Non aveva che un sol punto d’appoggio; e la mia prima domanda che feci al giudice d’istruzione fu una preghiera perchè fosse ricercato un certo abate Busoni, che in quel giorno si era fermato all’albergo del Ponte di Gard. Se Caderousse aveva inventata una storia, se quest’abate non esisteva, era evidentemente perduto, a meno che non fosse arrestato Caderousse, e confessasse tutto.

«Scorsero due mesi, durante i quali, debbo dirlo a lode dei miei giudici, furono fatte tutte le possibili ricerche per ritrovare quello che lor domandava. Aveva già perduta ogni speranza, Caderousse non era stato arrestato. Io era vicino ad essere giudicato nella prima seduta, allorchè li 8 settembre, cioè tre mesi e 5 giorni dopo l’avvenimento, l’abate Busoni, sul quale non sperava più, si presentò alle carceri, dicendo che sapeva che un prigioniero desiderava parlargli. Egli aveva saputo, diceva, la cosa a Marsiglia, e si affrettava a corrispondere al mio desiderio. Capirete con quale ardore lo ricevetti; gli raccontai tutto ciò di cui era stato testimonio, cominciai con esitanza la storia del diamante; contro ogni mia aspettativa, essa era vera punto per punto, e contro ogni mia aspettativa ancora egli aggiustò un’intera credenza a tutto ciò che gli dissi. Allora convinto dalla sua dolce carità, ravvisando in lui una profonda conoscenza dei costumi del mio paese, e pensando che la parola del perdono del solo delitto che aveva commesso in mia vita, poteva forse uscire dalle sua labbra tanto caritatevoli, gli raccontai, sotto il suggello di confessione, l’avventura d’Auteuil con tutti i suoi particolari. Ciò che aveva fatto per attraenza ottenne il medesimo resultato che se lo avessi fatto per secondo fine. La confessione di questo primo assassinio, che niente mi costringeva a confessare, gli provò ch’io non aveva commesso il secondo: egli mi lasciò, dicendomi di sperare e promettendomi di fare ciò che sarebbe stato in suo potere per convincere i giudici della mia innocenza.

«Ebbi di fatto la prova ch’egli si era occupato di me, quando vidi addolcirsi i trattamenti che riceveva nella mia prigione, e seppi che veniva differito il mio giudizio alle sedute che sarebbero venute dopo quelle che già si erano radunate. In quest’intervallo la Provvidenza volle che Caderousse fosse arrestato all’estero, e ricondotto in Francia. Egli confessò tutto, aggravando la moglie della premeditazione, e particolarmente della istigazione: e fu condannato alla galera in vita, ed io fui messo in libertà.

— E fu allora, disse Monte-Cristo, che vi presentaste a me colla lettera dell’abate Busoni.

— Sì, eccellenza, egli aveva preso per me un particolare interessamento. — Il vostro stato di contrabbandiere vi perderà, mi diss’egli, se voi uscite di qui, lasciatelo.