«— Ma, padre mio, gli chiesi, come volete che faccia a vivere e a far vivere la mia povera cognata?
«— Uno dei miei penitenti, mi disse egli, mi ha in molta stima, e mi ha incaricato di trovargli un uomo di confidenza. Volete essere quest’uomo? vi dirigerò a lui.
«— Oh! padre mio, gridai, quanta bontà!
«— Ma mi giurate che non avrò mai a pentirmene?
«Stesi la mano per fare il mio giuramento.
«— È inutile, diss’egli, conosco ed amo i Corsi: ecco la mia raccomandazione. — E scrisse le poche linee ch’io vi portai, e per le quali V. E. ebbe la bontà di prendermi al suo servigio. Ora domando con orgoglio a V. E.: ha ella mai avuto a lamentarsi di me?
— No, rispose il conte, e lo dico con piacere, siete un buon servitore, quantunque manchiate di confidenza.
— Io signor conte!
— Sì, voi. E come va: avete una cognata ed un figlio adottivo, e non mi avete mai parlato di loro?
— Ahimè! eccellenza, questo è quanto mi rimane a dirvi, ed è la parte più trista della mia vita. Io partii per la Corsica: aveva fretta, come potete bene immaginarvi, d’andare a consolare quella ch’io chiamava mia sorella, ma quando giunsi a Rogliano, trovai la casa in lutto. Era accaduta una scena orribile, e di cui i vicini conservavano ancora memoria! La mia povera sorella, giusta quanto io le aveva consigliato, resistè alle pretensioni di Benedetto, che ad ogni momento voleva tutto il danaro di casa. Una mattina ei la minacciò, e poi disparve per tutto il giorno. Ella pianse, quella povera Assunta aveva pel miserabile una tenerezza materna. Giunse la sera, e lo aspettò senza andare in letto. Allorchè alle undici entrò con due dei suoi amici, compagni di tutte le sue follie, ella gli stese le braccia ma questi s’impossessarono di lei, ed uno dei tre, io temo che non sia stato quel diabolico fanciullo, l’uno dei tre gridò: